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GOLAZO - Adolfo Mollichelli su "NM": "Ancelotti-manager non può che fare il bene del Napoli: carattere vincente"
30.05.2018 17:48 di Napoli Magazine

NAPOLI - Avevo lasciato intendere - nei miei ultimi scritti - l'ordine di preferenza dei papabili alla panchina azzurra: Ancelotti, Conte, Giampaolo. E sono stato accontentato nei miei desiderata. Aurelio Primo ha condotto a termine una guerra-lampo. Che però era stata preparata da tempo. Si volta pagina. Un riconoscimento alto, un grazie di cuore va a zio Maurizio, il sognatore, il tecnico dell'eterna bellezza. Punto e a capo. Ora c'è Carletto Ancelotti il vincitore in cinque nazioni (non sto parlando di Rugby). Il figliolo (calcistico) prediletto di Arrigo Sacchi. Dal tecnico in tuta come un operaio delle acciaierie all'elegantone per forza, senza dover rinnegare l'amore per la sua terra, arata con passione e dedizione. Dall'impeto di zio Maurizio alla lunga esperienza nel calcio che conta. Prima da giocatore, una vita da mediano, poi da tecnico forgiatosi alla scuola dell'ayatollah di Fusignano. Ricordo quando studiava da vice di Righetto fornendogli - microfono e registratore, tra noi inviati in tribuna - dati tecnici e di resistenza sugli azzurri. Che fossero impegnati in sedute di allenamento o in partite vere. L'esperienza (mondiale) di Carletto è mostruosa. E in giro per l'Europa - vincendo in Francia, Inghilterra, Spagna e Germania e prima ancora in Italia - ha affinato quel senso tattico che agli inizi della carriera gli faceva storcere il naso quando si trovava in rosa il trequartista. A Parma, mandò via Zola che poi al Chelsea avrebbero fatto baronetto perché non lo "vedeva" nel suo primordiale quattro-quattro-due. E disse no anche a Robertino Baggio. Poi, ebbe in dono la versatilità acquisita con l'esperienza ed il contatto diretto con fior di campioni. Che significa anche districarsi tra campioni volponi che ha sempre saputo domare con carisma ed umanità. Secondo il mio modesto parere, vale più la Decima conquistata a Madrid che le tre Champions consecutive - e abbastanza fortunose - alzate da Zidane. E poi, guai a farlo incavolare - ma ce ne vuole - e tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui ben sanno che quando inarca il sopracciglio - fino a farlo diventare un triangolo isoscele - meglio mettersi sugli attenti. Bastone e carota. E varietà negli schemi tattici e cambi operati per necessità (per migliorare il rendimento della squadra o per colpire una debolezza avversaria) e non fissi e ad orologerìa. E ci siamo capiti. E col tempo scoppiò anche l'amore per il trequartista. Purché non si limitasse a sciogliere il genio a ridosso dei trenta metri dell'area avversaria. Questa figura è stata incarnata magistralmente da Vidal. E non è un caso che Carletto desidererebbe avere il cileno in azzurro. E' troppo presto per fare nomi. Dei probabili in partenza e dei probabili in arrivo. Questo è il cosiddetto periodo che definisco Grande Albergo: gente che va, gente che viene. Sento di potermi sbilanciare su questo: Ancelotti-manager non può che fare il bene del Napoli. E Carletto è avvezzo da una vita - da giocatore di lotta e di governo e da tecnico - a non lasciare nulla d'intentato. Lungi dal suo carattere e dal suo modus vivendi scegliere una competizione e tralasciare le altre. Nasce così il carattere vincente, anche nei giocatori.  

 

 

Adolfo Mollichelli

 

Napoli Magazine

 

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