A “1 Football Club”, su 1 Station Radio, è intervenuto Daniele Autieri, giornalista di Report.
Vedendo le anticipazioni del servizio di Report che andrà in onda domenica, partirete dal problema della Nazionale salta il terzo Mondiale di fila, la questione procuratori, direttori sportivi e presidenti. Cosa sta succedendo nel mondo del calcio?
“Ci siamo interrogati da mesi sul tema della Nazionale, ben prima della mancata qualificazione ai Mondiali. Quindi ci lavoriamo da tempo e abbiamo cercato di capire il perché di questo fallimento al di fuori del campo, naturalmente, come facciamo sempre. Siamo andati a ragionare sul perché nel campionato italiano ci siano così pochi giocatori italiani e se questo dipenda semplicemente dal fatto che gli italiani non esprimano più talenti, cioè che non nascano più grandi giocatori come Roberto Baggio, Francesco Totti, Alessandro Del Piero e così via, oppure se ci siano altre ragioni che interessano un programma come Report. Considerate che in una domenica media di campionato, su 220 giocatori, circa 65 sono italiani. È una percentuale invertita rispetto a quella del 2006, quando vincemmo il Mondiale, ed è anche molto diversa da quella della Liga in Spagna. Allora la domanda è: perché così pochi italiani? Addirittura dal Sud arrivano solo 17 giocatori in Serie A. Dipende forse dal fatto che i nostri giovani non siano abbastanza bravi? No, non è così, perché nelle Nazionali Under 17 e Under 19 abbiamo ottenuto risultati importanti. C'è anche un premio UEFA che viene assegnato alle Nazionali giovanili che vincono più competizioni internazionali e l'Italia, per la prima volta nella sua storia recente, ha ottenuto un riconoscimento importante nel 2024. Allora cosa succede ai giovani talenti italiani? Domenica sera cercheremo di dare una risposta, o meglio un insieme di risposte, dalle quali poi ognuno potrà trarre le proprie conclusioni. Il punto chiave è che oggi, tornando anche al tema procuratori, direttori sportivi e presidenti, fare operazioni con giocatori stranieri e fare operazioni all'estero conviene per molte ragioni, non ultima quella fiscale. Ci sono interessi personali, alcuni dei quali dimostreremo, ci sono conflitti di interesse, clientelismi: insomma, una serie di motivi per cui i club oggi preferiscono lavorare sugli stranieri e soprattutto fare operazioni estero su estero piuttosto che operazioni in Italia, che sono più controllate e tracciate. Le faccio un esempio semplice: quando fa un'operazione Italia su Italia deve prevedere una fideiussione bancaria che garantisce economicamente lo scambio. Il club che acquista deve bloccare i soldi dell'operazione, anche se dilazionata negli anni. Se invece compra un giocatore all'estero questo obbligo spesso non c'è, e questo è già un vantaggio evidente. Poi ci sono vantaggi meno evidenti, legati ai rapporti tra procuratori, direttori sportivi e presidenti, dove avvengono dinamiche che rientrano in rapporti personali e su cui ovviamente faremo luce domenica sera".
In un certo senso questa Nazionale italiana che si ripresenterà dopo il terzo fallimento mondiale sembra un po' come la Berlino del 1945, con una serie di reduci e la scelta di Silvio Baldini sembra quasi simbolica. Non si poteva evitare?
“Sulle scelte tecniche non entro perché non è il nostro campo. Quello che posso dirle è che nella nostra inchiesta abbiamo anche un'intervista esclusiva al presidente federale della FIGC, Gabriele Gravina. Gli abbiamo fatto molte domande sulla Nazionale, sul perché di questo fallimento, su cosa sia accaduto dietro le quinte, sul rapporto con i club. Perché il successo o il fallimento di una Nazionale passa anche dai rapporti con le società. Gravina ci racconta proprio questo: gli ostacoli che ci sono stati, le difficoltà incontrate. Il punto è che, se non si risolve il problema a monte, cioè se non si fa una riforma del calcio realmente efficace, può avere qualunque commissario tecnico e qualunque giocatore, ma sarà comunque difficile costruire una Nazionale vincente. Serve partire dalle basi per arrivare ai risultati".
Nella sua inchiesta ha riscontrato davvero che i procuratori siano il male del calcio, come si sente dire spesso, oppure sono stati un capro espiatorio?
“Di fatto, nel 2025 i club di Serie A hanno speso circa 250 milioni di euro solo per commissioni agli agenti, quindi non per i cartellini ma per le operazioni. È una cifra enorme per lo stato di salute del calcio italiano. Allora la domanda è: i presidenti sono "pazzi" a dare tutti questi soldi ai procuratori oppure esiste un sistema, un equilibrio di interessi condivisi tra presidenti, direttori sportivi e procuratori? Noi cercheremo di spiegare anche questo. Più che concentrarci solo sui procuratori, che spesso sono uno strumento, ci concentriamo sulle politiche dei club. E ci occuperemo anche di direttori sportivi molto noti nel nostro campionato".
Abbiamo anche una responsabilità nel racconto del calcio. Abbiamo finito per ripetere sempre le stesse narrazioni, forse contribuendo a creare confusione e superficialità?
“Sì, secondo me c'è anche una responsabilità nel racconto che la stampa e il giornalismo fanno del calcio. Oggi il calcio è un business enorme, un comparto importante dell'economia italiana, quindi dovrebbe essere sottoposto agli stessi controlli delle altre industrie che hanno un impatto economico e sociale rilevante. Questo controllo deve essere fatto anche dagli organi di stampa. C'è troppo tifosismo nel racconto: è giusto raccontare il campo, ma il calcio non è solo il campo. Quello che succede in campo è spesso la conseguenza di ciò che avviene dietro le quinte, negli uffici dei presidenti e nei centri di potere dei club, molti dei quali oggi hanno sedi in Olanda e Lussemburgo. Di questo parleremo domenica sera: di chi governa davvero il calcio in Italia".
Ha parlato di fondi e presidenti. Oggi sembra che, dopo De Laurentiis e Lotito, non esistano più presidenti "mecenati" come Moratti o Berlusconi, capaci di bussare al cancello del club e vivere la società in prima persona. Ha notato anche lei questa trasformazione?
“Sì, più che mancanza di trasparenza, secondo me c'è meno voglia di "dare tutto" per il proprio club. Il presidente di un tempo, che oggi può essere incarnato ancora in parte da De Laurentiis e meno da altri, non esiste più. Prima c'erano figure come Moratti per l'Inter o Berlusconi per il Milan che vivevano il club in maniera totale. Oggi questi club sono controllati da fondi che hanno come primo obiettivo il ritorno sull'investimento: acquistare una società a un prezzo, rivalutarla e poi rivenderla dopo qualche anno. In questo schema, il calcio diventa un asset finanziario. L'obiettivo non è più vincere lo scudetto, ma massimizzare il rendimento, spesso puntando alla qualificazione in Champions League, che garantisce ritorni economici più sostenibili rispetto al costo necessario per vincere il campionato. In passato si ragionava in modo diverso, oggi la logica è cambiata profondamente".
di Napoli Magazine
28/05/2026 - 12:04
A “1 Football Club”, su 1 Station Radio, è intervenuto Daniele Autieri, giornalista di Report.
Vedendo le anticipazioni del servizio di Report che andrà in onda domenica, partirete dal problema della Nazionale salta il terzo Mondiale di fila, la questione procuratori, direttori sportivi e presidenti. Cosa sta succedendo nel mondo del calcio?
“Ci siamo interrogati da mesi sul tema della Nazionale, ben prima della mancata qualificazione ai Mondiali. Quindi ci lavoriamo da tempo e abbiamo cercato di capire il perché di questo fallimento al di fuori del campo, naturalmente, come facciamo sempre. Siamo andati a ragionare sul perché nel campionato italiano ci siano così pochi giocatori italiani e se questo dipenda semplicemente dal fatto che gli italiani non esprimano più talenti, cioè che non nascano più grandi giocatori come Roberto Baggio, Francesco Totti, Alessandro Del Piero e così via, oppure se ci siano altre ragioni che interessano un programma come Report. Considerate che in una domenica media di campionato, su 220 giocatori, circa 65 sono italiani. È una percentuale invertita rispetto a quella del 2006, quando vincemmo il Mondiale, ed è anche molto diversa da quella della Liga in Spagna. Allora la domanda è: perché così pochi italiani? Addirittura dal Sud arrivano solo 17 giocatori in Serie A. Dipende forse dal fatto che i nostri giovani non siano abbastanza bravi? No, non è così, perché nelle Nazionali Under 17 e Under 19 abbiamo ottenuto risultati importanti. C'è anche un premio UEFA che viene assegnato alle Nazionali giovanili che vincono più competizioni internazionali e l'Italia, per la prima volta nella sua storia recente, ha ottenuto un riconoscimento importante nel 2024. Allora cosa succede ai giovani talenti italiani? Domenica sera cercheremo di dare una risposta, o meglio un insieme di risposte, dalle quali poi ognuno potrà trarre le proprie conclusioni. Il punto chiave è che oggi, tornando anche al tema procuratori, direttori sportivi e presidenti, fare operazioni con giocatori stranieri e fare operazioni all'estero conviene per molte ragioni, non ultima quella fiscale. Ci sono interessi personali, alcuni dei quali dimostreremo, ci sono conflitti di interesse, clientelismi: insomma, una serie di motivi per cui i club oggi preferiscono lavorare sugli stranieri e soprattutto fare operazioni estero su estero piuttosto che operazioni in Italia, che sono più controllate e tracciate. Le faccio un esempio semplice: quando fa un'operazione Italia su Italia deve prevedere una fideiussione bancaria che garantisce economicamente lo scambio. Il club che acquista deve bloccare i soldi dell'operazione, anche se dilazionata negli anni. Se invece compra un giocatore all'estero questo obbligo spesso non c'è, e questo è già un vantaggio evidente. Poi ci sono vantaggi meno evidenti, legati ai rapporti tra procuratori, direttori sportivi e presidenti, dove avvengono dinamiche che rientrano in rapporti personali e su cui ovviamente faremo luce domenica sera".
In un certo senso questa Nazionale italiana che si ripresenterà dopo il terzo fallimento mondiale sembra un po' come la Berlino del 1945, con una serie di reduci e la scelta di Silvio Baldini sembra quasi simbolica. Non si poteva evitare?
“Sulle scelte tecniche non entro perché non è il nostro campo. Quello che posso dirle è che nella nostra inchiesta abbiamo anche un'intervista esclusiva al presidente federale della FIGC, Gabriele Gravina. Gli abbiamo fatto molte domande sulla Nazionale, sul perché di questo fallimento, su cosa sia accaduto dietro le quinte, sul rapporto con i club. Perché il successo o il fallimento di una Nazionale passa anche dai rapporti con le società. Gravina ci racconta proprio questo: gli ostacoli che ci sono stati, le difficoltà incontrate. Il punto è che, se non si risolve il problema a monte, cioè se non si fa una riforma del calcio realmente efficace, può avere qualunque commissario tecnico e qualunque giocatore, ma sarà comunque difficile costruire una Nazionale vincente. Serve partire dalle basi per arrivare ai risultati".
Nella sua inchiesta ha riscontrato davvero che i procuratori siano il male del calcio, come si sente dire spesso, oppure sono stati un capro espiatorio?
“Di fatto, nel 2025 i club di Serie A hanno speso circa 250 milioni di euro solo per commissioni agli agenti, quindi non per i cartellini ma per le operazioni. È una cifra enorme per lo stato di salute del calcio italiano. Allora la domanda è: i presidenti sono "pazzi" a dare tutti questi soldi ai procuratori oppure esiste un sistema, un equilibrio di interessi condivisi tra presidenti, direttori sportivi e procuratori? Noi cercheremo di spiegare anche questo. Più che concentrarci solo sui procuratori, che spesso sono uno strumento, ci concentriamo sulle politiche dei club. E ci occuperemo anche di direttori sportivi molto noti nel nostro campionato".
Abbiamo anche una responsabilità nel racconto del calcio. Abbiamo finito per ripetere sempre le stesse narrazioni, forse contribuendo a creare confusione e superficialità?
“Sì, secondo me c'è anche una responsabilità nel racconto che la stampa e il giornalismo fanno del calcio. Oggi il calcio è un business enorme, un comparto importante dell'economia italiana, quindi dovrebbe essere sottoposto agli stessi controlli delle altre industrie che hanno un impatto economico e sociale rilevante. Questo controllo deve essere fatto anche dagli organi di stampa. C'è troppo tifosismo nel racconto: è giusto raccontare il campo, ma il calcio non è solo il campo. Quello che succede in campo è spesso la conseguenza di ciò che avviene dietro le quinte, negli uffici dei presidenti e nei centri di potere dei club, molti dei quali oggi hanno sedi in Olanda e Lussemburgo. Di questo parleremo domenica sera: di chi governa davvero il calcio in Italia".
Ha parlato di fondi e presidenti. Oggi sembra che, dopo De Laurentiis e Lotito, non esistano più presidenti "mecenati" come Moratti o Berlusconi, capaci di bussare al cancello del club e vivere la società in prima persona. Ha notato anche lei questa trasformazione?
“Sì, più che mancanza di trasparenza, secondo me c'è meno voglia di "dare tutto" per il proprio club. Il presidente di un tempo, che oggi può essere incarnato ancora in parte da De Laurentiis e meno da altri, non esiste più. Prima c'erano figure come Moratti per l'Inter o Berlusconi per il Milan che vivevano il club in maniera totale. Oggi questi club sono controllati da fondi che hanno come primo obiettivo il ritorno sull'investimento: acquistare una società a un prezzo, rivalutarla e poi rivenderla dopo qualche anno. In questo schema, il calcio diventa un asset finanziario. L'obiettivo non è più vincere lo scudetto, ma massimizzare il rendimento, spesso puntando alla qualificazione in Champions League, che garantisce ritorni economici più sostenibili rispetto al costo necessario per vincere il campionato. In passato si ragionava in modo diverso, oggi la logica è cambiata profondamente".