Calcio
L'ANALISI - Troise: "Italia, la mancata qualificazione ai Mondiali una sconfitta culturale e sportiva, Alisson? Può essere il vice Kvara”
23.04.2026 16:05 di Napoli Magazine
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Ciccio Troise, ex centrocampista e attuale vice CT della Nazionale uzbeka qualificata ai Mondiali 2026, ha rilasciato un'intervista ai microfoni di "Napolità": “In un momento della carriera, per tutti i calciatori, si viene incontro alle esigenze. Ad un certo punto, quando si smette, sorge spontanea la domanda su cosa fare. Naturalmente, d’istinto, ho deciso di intraprendere qualcosa che fosse vicino al campo”. 

Quanto è stato decisivo l’incontro con Giuseppe Sannino?

"Fondamentale. Non ci sono parole per descrivere la grande umanità di mister Sannino e tutto quello che mi ha trasmesso". 

Quanto è stato difficile passare dal campo alla panchina?

"Un processo naturale per me. Nel momento in cui le gambe non ti aiutano più, ti metti a pensare a cosa fare da grande". 

Il vice allenatore è più vicino all’allenatore o ai calciatori?

"Solitamente deve essere un alleato sotto tutti gli aspetti. Non sempre si è all’altezza, ma dobbiamo provare ad essere la migliore versione di noi stessi". 

Gli insegnamenti presi da ognuna delle mie esperienze?

"Mi hanno completato quelle inglesi al Watford e quella più lunga in Cina. In Inghilterra era un momento importante della mia carriera, con Sannino siamo arrivati al Watford, in un posto meraviglioso, dove il calcio viene concepito in modo diverso. È stata una lotta continua imparare strategie di gioco, metodi, una lingua diversa. In Cina sono stato con la mia famiglia e abbiamo avuto l’opportunità di vedere un Paese diverso e bello, vincendo per di più". 

Il linguaggio del calcio è universale? 

"Il calcio, a mio avviso, è uno. Non ha altre morfologie, è uno. In Cina, in Arabia Saudita, Inghilterra, Croazia, abbiamo potuto constatare che il calcio è uno". 

Uzbekistan ai Mondiali?

"Per quanto ci riguarda, siamo coscienti dell’immensa responsabilità. Siamo pronti e molto decisi a fare un Mondiale all’altezza della situazione. Non sarà facile, abbiamo un girone proibitivo, ma siamo convinti che con il lavoro del gruppo verrà qualcosa di buono. L’Uzbekistan sta lavorando benissimo con i giovani e sono sicuro che non sarà l’unico Mondiale. Sicuramente l’entusiasmo darà ai giocatori, e noi stessi, quello slancio che serve a preparare questo tipo di competizioni. Dal punto di vista tecnico, invece, c’è tanto lavoro di campo, video, dello staff per poter aiutare i calciatori ad affrontare al meglio la competizione". 

Qual è il segreto del rapporto con Fabio Cannavaro?

"Nessun segreto. C’è la voglia di confrontarsi, migliorarsi, crescere insieme. Quando ho iniziato a lavorare con lui, ho messo la giusta distanza tra l’amico e il capo. Fabio cerca continuamente il miglioramento, vuole persone che si rinnovino continuamente e questo mi aiuta a trovare delle giuste motivazioni".

Un ricordo con Fabio Cannavaro?

"Al 95’ della partita Frosinone-Udinese con la salvezza in Serie A, io, Fabio e Paolo ci siamo abbracciati con grande emozione. Ci sono state tante altre vittorie, ma professionalmente quella salvezza è stata meravigliosa perché raggiunta in un momento difficile per l’Udinese. Lì, mister Cannavaro ha dato tutto sé stesso". 

Come si costruisce una settimana tipo di lavoro?

"Con la Nazionale è molto difficile. Non è molto lontano, comunque, da come si costruisce in un club. Quando ci sono pochi giorni a disposizione, i giocatori si devono riposare, ma anche abituare a competere a livelli della Nazionale. Con questo ci aiuta tanto il video, grazie ai nostri match analyst". 

Quant’è importate la figura del match analyst?

"Nel calcio moderno, il match analyst e data analyst sono di vitale importanza. Sono un tassello fondamentale per costruire la settimana, per avere più dati possibili per affrontare la partita con competenza e conoscenza. Oggi usiamo i dati in modo molto specifico, anche se ogni staff non legge o usa tutti i dati. Ci sono dei parametri che vengono visionati e, con il supporto video, diventa vitale per costruire la giusta contrapposizione". 

Quanto è cambiato il ruolo da vice negli anni?

"Tantissimo. Oggi in panchina c’è il live: con dati, statistiche, frammenti da rivedere. La tecnologia ha cambiato totalmente il modo di vedere le partite. Dobbiamo essere capaci di dargli la giusta visibilità, senno diventiamo troppo numerici". 

Qual è la parte più difficile della preparazione di una partita?

"C’è un aspetto che, mettendo da parte Maradona che è stato il numero 10 più forte della storia del calcio, c’è un altro numero 10: l’imprevedibilità. Troviamo allenatori preparatissimi, staff efficienti, ma l’imprevedibilità è difficile da preparare. Ciò che possiamo fare è tenere botta evitando che l’avversario si avvicini alla nostra porta". 

C’è stato un momento di imprevedibilità che l’ha messo in crisi? Come l’ha risolto?

"Ce ne sono tanti. La positività, competenza, il lavoro, la voglia di fare, la tenacia devono soprassedere a tutto il resto. Fortunatamente nel calcio, oggi, c’è una partita ogni 3 giorni, quindi si pensa subito alla partita successiva". 

Come valuta la gestione degli infortuni di Conte?

"Non sono all’interno del suo staff e non conosco dinamiche. Non so come gestiscono o valutano le loro criticità. È anche vero che, al di là degli infortuni, Conte è un allenatore che riesce a tenere la barra dritta e andare dritto all’obiettivo"

Cosa rende Conte diverso dagli altri allenatori?

"La capacità di far rendere i calciatori ben oltre le loro possibilità. Nell’ultima partita col Milan c’erano 4 giocatori non nelle loro posizioni naturali e, se guardiamo le loro prestazioni, erano ben oltre le righe. Il lavoro di Conte è sotto gli occhi di tutti. La capacità e la competenza, ma soprattutto la tenacia nel portare avanti il suo progetto tecnica in un mare in tempesta, è stato da fuoriclasse. Se dovessimo dare un trofeo, sicuramente dovremmo darlo a lui. Ci ha dimostrato, semmai ce ne fosse bisogno, che è un fuoriclasse. Le altre cose le lasciamo a chi deve parlare. Più volte l’ho elogiato sulle sue qualità di riconoscere nei giocatori determinate capacità". 

Allison Santos come si gestisce?

"Non credo sia un talento da gestire. Nella sua storia si era già visto fosse un calciatore che spacca le partite, che è un giocatore devastante subentrando. Ha evidenti capacità di destrezza, di tecnica, nell’uno contro uno. Poi è un giocatore che piace, che entusiasma, gioca con la palla, cerca il duello, cerca il numero, il dribbling. Fa bene al nostro popolo. Somiglia un po’ a Lavezzi, a Kvara". 

Potrebbe essere il naturale sostituto di Kvara?

"Come posizione sì, Kvara era devastante, più continuo. Bisogna attenzionarlo, può dare grosse soddisfazioni". 

Quello dei FAB Four è il centrocampo più forte dell’Era De Laurentiis?

"De Bruyne fa la differenza, dà al Napoli quest’aurea di internazionalità. A Napoli sono passati centrocampisti come Hamsik, Zielinski che hanno disegnato delle situazioni di gioco ancora nella mente di tutti i napoletani". 

Che giocatore è De Bruyne? 

"De Bruyne ha gli occhi anche dietro, anticipa l’azione, è un maestro con Toni Kroos e qualche altro calciatore nel mondo. Non ha un aspetto fisico che prevale su questo. I giocatori li pensiamo fisici quando non sono abbastanza tecnici. Un esempio su tutti è Andrea Pirlo: di una fisicità e velocità non mpressionante, ma di lettura e di tecnica sopraffina. Un altro è Busquets un giocatore nella norma, ma insieme a Iniesta è stato uno dei centrocampisti della storia del calcio".

Quanto è importante investire nel settore giovanile?

"È linfa vitale per ogni club in giro per il mondo. Dove non si riesce a farlo probabilmente è perché non ci sono strutture e risorse economiche. Quando questo binomio è dalla parte del club, diventa fondamentale partire dai propri giovani". 

L’Italia non produce più talenti?

"Un po’ tutti cerchiamo la panacea per questo problema. Adesso sia nell’automobilismo, nel tennis, lo sci, l’Italia è leader nel mondo. Non credo che l’Italia non abbia più talenti, guardando l’U20, l’U17. Probabilmente la poca visibilità a ridosso delle prime squadre, fa sì che questi talenti si perdano un po’. Non credo, però, che non abbiano talenti, semplicemente non gli diamo spazio. Ne abbiamo avuti tantissimi di casi nel mondo: il talento rompe tutti gli argini. Il problema è quando il club non investe con forza". 

Mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale?

"Una sconfitta culturale e sportiva. L’Italia che non va al Mondiale si riflette sul sociale, addirittura. Dobbiamo metterci in testa di fare qualcosa di diverso. Basti pensare all’Inghilterra, l’Olanda, la Germania che fanno cose importanti dalle difficoltà: bisogna agire". 

Sconfitta contro la Bosnia sintomo di qualcosa di più profondo nel calcio italiano?

"Spesso le sconfitte hanno un doppio volto. Calcisticamente si era incanalata nel modo giusto, ma ci siamo fatti prendere dall’emozione. Adesso c’è bisogna ripartire senza perdere originalità. Abbiamo delle stelle sul nostro scudo e ne dobbiamo essere fieri. Abbiamo avuto giocatori fantastici. Dobbiamo lavorare su quello che siamo".

Cosa ci manca per tornare ad essere competitivi a livello mondiale?

"Esportare i nostri calciatori, credere in quelli che abbiamo nel nostro campionato, aumentare la competitività all’interno del nostro campionato. Basti pensare che in Champions League riusciamo ad essere poco competitivi, a parte l’Inter. Bisogna alzare il livello della Serie A, partendo dalle squadre di livello leggermente inferiore". 

Strategia sul mercato del Napoli?

"Sono stati fatti degli acquisti tenendo conto delle esigenze tecnico-tattiche. Non conoscendo appieno le dinamiche, non so se i giocatori arrivati fossero realmente la prima scelta, ma la strategia è stata chiara. In generale, un mercato di grande qualità: uno su tutti Gutierrez. L’ho visto, mi era piaciuto già a Girona, lui ha un passato importante e a Napoli sta dimostrando altre qualità. Questo dimostra la grande competenza di Manna e di coloro che lavorano sul mercato".

Perché Napoli non è stato il club giusto per Lucca?

"Napoli non è una piazza semplice, in molti casa la palla ha un peso specifico rispetto ad altre squadre. Nel quotidiano anche è difficile per alcuni calciatori. Credo che lui, inizialmente, sapeva di essere il vice Lukaku, ha avuto le sue possibilità e per vari motivi non è riuscito a far vedere il reale Lorenzo Lucca. È un giocatore che diventa importante se sfruttato al meglio delle sue possibilità e al Napoli non c’è stato quel tempo. A Napoli non c’è troppa possibilità di sbagliare".

Qual è il ricordo più bello da tifoso del Napoli?

"Sempre legato a Fabio. Quando il Napoli vinse il secondo scudetto, io, Fabio e tanti altri giocatori delle giovanili del Napoli eravamo i raccattapalle e con all’esultanza di Carnevale, c’eravamo anche io e lui. Avevamo 15-16 anni e un ricordo del genere ti avvicina alla passione e a tante persone che ti accompagnano nella vita".

Vedere Maradona?

"Una lotta continua con chi pensa che Messi sia il più forte giocatore della storia. Diego era magia, estro, non c’è partita. Era capace di tramutare tutto in gioia, ha fatto dei gol che sono inimmaginabili. Tanti gol di mano, acrobazie, sfacciataggine. Diego era capace anche di autosabotarsi, ma sempre il più grande talento della storia del calcio".

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23/04/2026 - 16:05

Ciccio Troise, ex centrocampista e attuale vice CT della Nazionale uzbeka qualificata ai Mondiali 2026, ha rilasciato un'intervista ai microfoni di "Napolità": “In un momento della carriera, per tutti i calciatori, si viene incontro alle esigenze. Ad un certo punto, quando si smette, sorge spontanea la domanda su cosa fare. Naturalmente, d’istinto, ho deciso di intraprendere qualcosa che fosse vicino al campo”. 

Quanto è stato decisivo l’incontro con Giuseppe Sannino?

"Fondamentale. Non ci sono parole per descrivere la grande umanità di mister Sannino e tutto quello che mi ha trasmesso". 

Quanto è stato difficile passare dal campo alla panchina?

"Un processo naturale per me. Nel momento in cui le gambe non ti aiutano più, ti metti a pensare a cosa fare da grande". 

Il vice allenatore è più vicino all’allenatore o ai calciatori?

"Solitamente deve essere un alleato sotto tutti gli aspetti. Non sempre si è all’altezza, ma dobbiamo provare ad essere la migliore versione di noi stessi". 

Gli insegnamenti presi da ognuna delle mie esperienze?

"Mi hanno completato quelle inglesi al Watford e quella più lunga in Cina. In Inghilterra era un momento importante della mia carriera, con Sannino siamo arrivati al Watford, in un posto meraviglioso, dove il calcio viene concepito in modo diverso. È stata una lotta continua imparare strategie di gioco, metodi, una lingua diversa. In Cina sono stato con la mia famiglia e abbiamo avuto l’opportunità di vedere un Paese diverso e bello, vincendo per di più". 

Il linguaggio del calcio è universale? 

"Il calcio, a mio avviso, è uno. Non ha altre morfologie, è uno. In Cina, in Arabia Saudita, Inghilterra, Croazia, abbiamo potuto constatare che il calcio è uno". 

Uzbekistan ai Mondiali?

"Per quanto ci riguarda, siamo coscienti dell’immensa responsabilità. Siamo pronti e molto decisi a fare un Mondiale all’altezza della situazione. Non sarà facile, abbiamo un girone proibitivo, ma siamo convinti che con il lavoro del gruppo verrà qualcosa di buono. L’Uzbekistan sta lavorando benissimo con i giovani e sono sicuro che non sarà l’unico Mondiale. Sicuramente l’entusiasmo darà ai giocatori, e noi stessi, quello slancio che serve a preparare questo tipo di competizioni. Dal punto di vista tecnico, invece, c’è tanto lavoro di campo, video, dello staff per poter aiutare i calciatori ad affrontare al meglio la competizione". 

Qual è il segreto del rapporto con Fabio Cannavaro?

"Nessun segreto. C’è la voglia di confrontarsi, migliorarsi, crescere insieme. Quando ho iniziato a lavorare con lui, ho messo la giusta distanza tra l’amico e il capo. Fabio cerca continuamente il miglioramento, vuole persone che si rinnovino continuamente e questo mi aiuta a trovare delle giuste motivazioni".

Un ricordo con Fabio Cannavaro?

"Al 95’ della partita Frosinone-Udinese con la salvezza in Serie A, io, Fabio e Paolo ci siamo abbracciati con grande emozione. Ci sono state tante altre vittorie, ma professionalmente quella salvezza è stata meravigliosa perché raggiunta in un momento difficile per l’Udinese. Lì, mister Cannavaro ha dato tutto sé stesso". 

Come si costruisce una settimana tipo di lavoro?

"Con la Nazionale è molto difficile. Non è molto lontano, comunque, da come si costruisce in un club. Quando ci sono pochi giorni a disposizione, i giocatori si devono riposare, ma anche abituare a competere a livelli della Nazionale. Con questo ci aiuta tanto il video, grazie ai nostri match analyst". 

Quant’è importate la figura del match analyst?

"Nel calcio moderno, il match analyst e data analyst sono di vitale importanza. Sono un tassello fondamentale per costruire la settimana, per avere più dati possibili per affrontare la partita con competenza e conoscenza. Oggi usiamo i dati in modo molto specifico, anche se ogni staff non legge o usa tutti i dati. Ci sono dei parametri che vengono visionati e, con il supporto video, diventa vitale per costruire la giusta contrapposizione". 

Quanto è cambiato il ruolo da vice negli anni?

"Tantissimo. Oggi in panchina c’è il live: con dati, statistiche, frammenti da rivedere. La tecnologia ha cambiato totalmente il modo di vedere le partite. Dobbiamo essere capaci di dargli la giusta visibilità, senno diventiamo troppo numerici". 

Qual è la parte più difficile della preparazione di una partita?

"C’è un aspetto che, mettendo da parte Maradona che è stato il numero 10 più forte della storia del calcio, c’è un altro numero 10: l’imprevedibilità. Troviamo allenatori preparatissimi, staff efficienti, ma l’imprevedibilità è difficile da preparare. Ciò che possiamo fare è tenere botta evitando che l’avversario si avvicini alla nostra porta". 

C’è stato un momento di imprevedibilità che l’ha messo in crisi? Come l’ha risolto?

"Ce ne sono tanti. La positività, competenza, il lavoro, la voglia di fare, la tenacia devono soprassedere a tutto il resto. Fortunatamente nel calcio, oggi, c’è una partita ogni 3 giorni, quindi si pensa subito alla partita successiva". 

Come valuta la gestione degli infortuni di Conte?

"Non sono all’interno del suo staff e non conosco dinamiche. Non so come gestiscono o valutano le loro criticità. È anche vero che, al di là degli infortuni, Conte è un allenatore che riesce a tenere la barra dritta e andare dritto all’obiettivo"

Cosa rende Conte diverso dagli altri allenatori?

"La capacità di far rendere i calciatori ben oltre le loro possibilità. Nell’ultima partita col Milan c’erano 4 giocatori non nelle loro posizioni naturali e, se guardiamo le loro prestazioni, erano ben oltre le righe. Il lavoro di Conte è sotto gli occhi di tutti. La capacità e la competenza, ma soprattutto la tenacia nel portare avanti il suo progetto tecnica in un mare in tempesta, è stato da fuoriclasse. Se dovessimo dare un trofeo, sicuramente dovremmo darlo a lui. Ci ha dimostrato, semmai ce ne fosse bisogno, che è un fuoriclasse. Le altre cose le lasciamo a chi deve parlare. Più volte l’ho elogiato sulle sue qualità di riconoscere nei giocatori determinate capacità". 

Allison Santos come si gestisce?

"Non credo sia un talento da gestire. Nella sua storia si era già visto fosse un calciatore che spacca le partite, che è un giocatore devastante subentrando. Ha evidenti capacità di destrezza, di tecnica, nell’uno contro uno. Poi è un giocatore che piace, che entusiasma, gioca con la palla, cerca il duello, cerca il numero, il dribbling. Fa bene al nostro popolo. Somiglia un po’ a Lavezzi, a Kvara". 

Potrebbe essere il naturale sostituto di Kvara?

"Come posizione sì, Kvara era devastante, più continuo. Bisogna attenzionarlo, può dare grosse soddisfazioni". 

Quello dei FAB Four è il centrocampo più forte dell’Era De Laurentiis?

"De Bruyne fa la differenza, dà al Napoli quest’aurea di internazionalità. A Napoli sono passati centrocampisti come Hamsik, Zielinski che hanno disegnato delle situazioni di gioco ancora nella mente di tutti i napoletani". 

Che giocatore è De Bruyne? 

"De Bruyne ha gli occhi anche dietro, anticipa l’azione, è un maestro con Toni Kroos e qualche altro calciatore nel mondo. Non ha un aspetto fisico che prevale su questo. I giocatori li pensiamo fisici quando non sono abbastanza tecnici. Un esempio su tutti è Andrea Pirlo: di una fisicità e velocità non mpressionante, ma di lettura e di tecnica sopraffina. Un altro è Busquets un giocatore nella norma, ma insieme a Iniesta è stato uno dei centrocampisti della storia del calcio".

Quanto è importante investire nel settore giovanile?

"È linfa vitale per ogni club in giro per il mondo. Dove non si riesce a farlo probabilmente è perché non ci sono strutture e risorse economiche. Quando questo binomio è dalla parte del club, diventa fondamentale partire dai propri giovani". 

L’Italia non produce più talenti?

"Un po’ tutti cerchiamo la panacea per questo problema. Adesso sia nell’automobilismo, nel tennis, lo sci, l’Italia è leader nel mondo. Non credo che l’Italia non abbia più talenti, guardando l’U20, l’U17. Probabilmente la poca visibilità a ridosso delle prime squadre, fa sì che questi talenti si perdano un po’. Non credo, però, che non abbiano talenti, semplicemente non gli diamo spazio. Ne abbiamo avuti tantissimi di casi nel mondo: il talento rompe tutti gli argini. Il problema è quando il club non investe con forza". 

Mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale?

"Una sconfitta culturale e sportiva. L’Italia che non va al Mondiale si riflette sul sociale, addirittura. Dobbiamo metterci in testa di fare qualcosa di diverso. Basti pensare all’Inghilterra, l’Olanda, la Germania che fanno cose importanti dalle difficoltà: bisogna agire". 

Sconfitta contro la Bosnia sintomo di qualcosa di più profondo nel calcio italiano?

"Spesso le sconfitte hanno un doppio volto. Calcisticamente si era incanalata nel modo giusto, ma ci siamo fatti prendere dall’emozione. Adesso c’è bisogna ripartire senza perdere originalità. Abbiamo delle stelle sul nostro scudo e ne dobbiamo essere fieri. Abbiamo avuto giocatori fantastici. Dobbiamo lavorare su quello che siamo".

Cosa ci manca per tornare ad essere competitivi a livello mondiale?

"Esportare i nostri calciatori, credere in quelli che abbiamo nel nostro campionato, aumentare la competitività all’interno del nostro campionato. Basti pensare che in Champions League riusciamo ad essere poco competitivi, a parte l’Inter. Bisogna alzare il livello della Serie A, partendo dalle squadre di livello leggermente inferiore". 

Strategia sul mercato del Napoli?

"Sono stati fatti degli acquisti tenendo conto delle esigenze tecnico-tattiche. Non conoscendo appieno le dinamiche, non so se i giocatori arrivati fossero realmente la prima scelta, ma la strategia è stata chiara. In generale, un mercato di grande qualità: uno su tutti Gutierrez. L’ho visto, mi era piaciuto già a Girona, lui ha un passato importante e a Napoli sta dimostrando altre qualità. Questo dimostra la grande competenza di Manna e di coloro che lavorano sul mercato".

Perché Napoli non è stato il club giusto per Lucca?

"Napoli non è una piazza semplice, in molti casa la palla ha un peso specifico rispetto ad altre squadre. Nel quotidiano anche è difficile per alcuni calciatori. Credo che lui, inizialmente, sapeva di essere il vice Lukaku, ha avuto le sue possibilità e per vari motivi non è riuscito a far vedere il reale Lorenzo Lucca. È un giocatore che diventa importante se sfruttato al meglio delle sue possibilità e al Napoli non c’è stato quel tempo. A Napoli non c’è troppa possibilità di sbagliare".

Qual è il ricordo più bello da tifoso del Napoli?

"Sempre legato a Fabio. Quando il Napoli vinse il secondo scudetto, io, Fabio e tanti altri giocatori delle giovanili del Napoli eravamo i raccattapalle e con all’esultanza di Carnevale, c’eravamo anche io e lui. Avevamo 15-16 anni e un ricordo del genere ti avvicina alla passione e a tante persone che ti accompagnano nella vita".

Vedere Maradona?

"Una lotta continua con chi pensa che Messi sia il più forte giocatore della storia. Diego era magia, estro, non c’è partita. Era capace di tramutare tutto in gioia, ha fatto dei gol che sono inimmaginabili. Tanti gol di mano, acrobazie, sfacciataggine. Diego era capace anche di autosabotarsi, ma sempre il più grande talento della storia del calcio".