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CALCIO
RETROSCENA - Salva Ballesta: "Ero quasi del Milan, mancava solo la firma, in Italia anche Juventus e Napoli mi volevano"
06.06.2020 12:22 di Napoli Magazine

“La tripletta al Barcellona? Sono cose che difficilmente si possono ripetere contro una squadra stellare”. Salva Ballesta doveva segnare, in qualunque modo. Possedeva un senso del gol innato, il classico killer instinct che ammattiva le difese avversarie. Oggigiorno un attaccante così farebbe le fortune delle grandi squadre europee. Sono state ben 27 le reti realizzate nel 1999-00 con la maglia del Racing Santander che gli valsero il titolo di Pichichi, battendo calciatori del calibro di Milosevic, Raul, Ronaldo e Rivaldo. “Nessuno si aspettava che un calciatore del Racing Santander, club umile sia per le risorse che per la rosa della squadra, potesse raggiungere quei numeri”, racconta Salva Ballesta in esclusiva ai microfoni di EuropaCalcio.it, che prosegue: “Dopo quella stagione, tutta l’Europa venne a conoscenza del mio valore”.

 

Salva Ballesta ricorda con un pizzico di amarezza il mancato trasferimento al Milan: “Era tutto formalizzato, mancava solo la mia firma. Poi presero un altro spagnolo con un movimento che mi sorprese” e racconta la singolare trattativa che lo porto all’Atletico Madrid, appena retrocesso in Segunda Division a cavallo degli anni 2000: “Avevo dato la parola al presidente Gil, qualunque cosa fosse successa. Declinai l’offerta del Deportivo La Coruna…“.

 

Oggi Salva Ballesta allena l’Algeciras, ma il suo futuro è chiarissimo: “Voglio lavorare duramente per poter entrare nell’elite degli allenatori”.

 

 

Sei d’accordo con la ripresa della Liga?

 

“Credo che la mia opinione valga poco. Al di là di tutto, la Liga riprenderà ufficialmente l’11 giugno rispettando tutti i protocolli sanitari”.

 

C’è mai stata l’opportunità di giocare in Serie A?

 

“Quando ero al Racing Santander ci fu una trattativa con il Milan. Una delegazione del club rossonero arrivò in città con il contratto stipulato anche in termini di clausole economiche ed altro; alla fine fu preso un altro compagno spagnolo con un movimento che mi sorprese. Successivamente, ci fu l’interesse della Juventus e del Napoli; dopo quella stagione, in cui vinsi la classifica cannonieri della Liga, era logico attirare l’attenzione di grandi squadre europee. Ero già pronto a vestire la maglia del Milan: il contratto era sul tavolo, mancava solo la firma”.

 

Raccontaci della stagione 1999-2000, quando hai vinto il titolo di Pichichi con il Racing Santander. Che ricordi hai di quell’annata?

 

“Credo che fu una stagione molto importante perché fece conoscere a tutto il calcio europeo il valore di Salva Ballesta. Nessuno si aspettava che un calciatore del Racing Santander, club umile sia per le risorse che per la rosa della squadra, potesse raggiungere quei numeri. Calcisticamente parlando fu un anno meraviglioso perché i miei rivali erano Milosevic, Raul, Ronaldo, Rivaldo, un elenco di campioni a livello mondiale. Aver raggiunto questo traguardo dopo soli quattro anni dall’inizio della mia carriera professionistica fu molto bello. Da lì in poi iniziai ad avere un gran seguito: la stampa, marchi sportivi e di abbigliamento, spot televisivi, la mia immagine era costantemente in crescita. I miei ricordi? Eravamo una famiglia: Merino, Sanchez Jara, Ceballos erano dei fratelli maggiori e non solamente dei compagni di squadra. Poi c’erano Munitis, Vivar Dorado, Amavisca, Arzeno, Tais; tutti avevamo la speranza di poter migliorare e di raggiungere alti livelli. Era una squadra abbastanza competitiva”.

 

Com’è nata la trattativa che ti ha portato all’Atletico Madrid? Perché hai accettato di scendere in Segunda Division?

 

“Qualche settimana prima che terminasse la Liga, ci fu un contatto con l’Atletico Madrid, ma non avrei mai pensato di dover scendere di categoria. Però in fase di contrattazione parlammo di tutto; per me l’Atletico Madrid era un club importante, lì aveva giocato attaccanti del calibro di Vieri, Hasselbaink, ero molto emozionato circa il mio trasferimento all’Atletico. Diedi la mia parola d’onore, non firmai nessun accordo. Dopo una settimana la squadra retrocesse e il presidente Jesus Gil mi chiamò per capire se ero rimasto ancora della stessa idea, infatti pensava che non avrei accettato più il trasferimento all’Atletico; io gli risposi che tuttavia non ero ancora arrivato a Madrid. Questo causò un attimo di risate tra di noi – racconta Salva Ballesta – e credo che si trasformò nel momento chiave per il mio trasferimento in maglia Colchoneros. La mia parola era sacra, avrei giocato nell’Atletico Madrid qualunque cosa fosse successa. A quel tempo molte squadre che giocavano in Champions erano interessate a me, su tutte il Deportivo La Coruna con Lendoiro che mi chiamò il giorno stesso della firma per convincermi ad accettare il Depor. Personalmente ci tengo a ringraziarlo ma avevo già dato la mia parola a Gil. Per questo motivo accettai di scendere in Segunda Division“.

 

Com’era il tuo rapporto con Diego Simeone?

 

“Un buon rapporto tra compagni di squadra. Diego lavorava sodo, faceva sessioni di allenamento molto intense, andavamo d’accordo. Era un ottimo calciatore e un grande professionista”.

 

Ti aspettavi che il Cholo potesse diventare un allenatore dal profilo internazionale?

 

“A quel tempo non vai a credere che un tuo compagno di squadra potesse diventare un allenatore; quello che pensavo del Cholo era che la domenica doveva passarmi la palla per fare gol (ride, nda). Il tempo e il lavoro, però, hanno dato i loro frutti; Simeone sta portando l’Atletico Madrid a livelli molto importanti”.

 

Come giudichi la carriera di Fernando Torres?

 

Salva Ballesta con Fernando Torres ai tempi dell’Atletico Madrid.

 

“Fernando è un ragazzo che ha aiutato il calcio. Sin da piccolo ha attirato l’attenzione su di sé da parte di tutte le persone che andavano a vederlo; aveva un grande potenziale, era rapido e possedeva un gran tiro. Credo che abbia avuto una carriera straordinaria ed esemplare, come professionista è sempre stato un compagno fenomenale, con i piedi per terra, umile, con una famiglia che l’ha sempre appoggiato; Fernando si preoccupa sempre delle persone che gli sono accanto. In quella stagione (2004-05, nda), io e altri compagni lo aiutammo molto nel suo processo di crescita. Posso affermare che sono molto orgoglioso di essere suo amico, di essere stato suo compagno di squadra e sono molto contento di tutto ciò che ha vissuto nel mondo del calcio e di come sta trascorrendo la sua vita”.

 

Cosa ti è mancato per riuscire a conquistare un posto importante nella Nazionale spagnola?

 

“Tutti sappiamo che i calciatori migliori meritano di stare in Nazionale. Ho avuto la fortuna di vestire la maglia della Spagna; è difficile stabilire, tra i più forti, chi deve essere l’attaccante che può fare la storia del tuo Paese. Per me, il semplice fatto di aver debuttato e giocato con la Spagna mi rende orgoglioso. Il motivo per cui non sono riuscito a conquistare un posto importante è che a quel tempo c’era molta concorrenza; inoltre, non giocavo in un club rilevante e questo fattore non ha giocato a mio favore. Però sono super contento di essere entrato nel giro della Nazionale e ringrazio tutti i miei compagni che erano con me e con i quali sono ancora in contatto. Inoltre sono molto grato a tutti gli allenatori che mi hanno dato l’opportunità di far parte della Spagna tanto nelle categorie inferiori come Clemente e Iñaki Sáez, quanto i tecnici che mi diedero l’occasione di giocare in quella assoluta come Clemente e José Antonio Camacho“.

 

Nella tua carriera c’è stata qualche trattativa che poi è saltata?

 

“Ho avuto sempre la fortuna di giocare dove avrei voluto. Grazie a Dio ho avuto una carriera in crescendo: dal Siviglia al Racing, dal Racing all’Atletico Madrid, poi al Valencia, al Bolton, Malaga, nuovamente Atletico Madrid, successivamente ancora Malaga, Levante e Albacete. Sono stato un privilegiato”.

 

Chi ti ha voluto al Valencia?

 

 

“Al Valencia mi ha voluto Rafa Benitez; mi seguiva già ai tempi in cui allenava l’Extremadura ed io vestivo la maglia del Siviglia. Benitez è stato fondamentale per il mio trasferimento al Valencia“.

 

Che emozioni hai provato quando avete vinto il campionato sotto la guida di Benitez?

 

“Penso che sia stata una delle cose più belle che un calciatore può provare a livello di club. Non eravamo i favoriti alla vittoria della Liga; la partita chiave è stata quella vinta in trasferta contro l’Espanyol. Rafa Benitez si giocava la panchina del Valencia, se avesse perso quel match sarebbe stato esonerato; entrai nella ripresa al posto di Aimar e ribaltammo il risultato. Da lì in avanti la squadra cominciò a girare nel migliore dei modi; iniziammo a collezionare vittorie su vittorie e a scalare posizioni in classifica. Avevamo raggiunto uno stato mentale ottimale e alla fine riuscimmo a vincere il campionato: il Valencia conquistò la Liga dopo trent’anni dall’ultima. Per noi calciatori era qualcosa di straordinario, inimmaginabile”.

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