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CULTURA & GOSSIP
MUSICA - La Maschera, Colella: "La nostra ‘Sotto chi tene core’ è un grido di battaglia"
24.05.2022 18:47 di Napoli Magazine

È uscito ‘Sotto chi tene core’, il nuovo album de’ La Maschera, gruppo napoletano con contaminazioni portoghesi. Tanti i temi sociali trattati all’interno dei brani, che presenta così Roberto Colella, voce, chitarra e tastiera della band, ospite di Radio Punto Nuovo: “Si avverte una sensazione di ritorno e non è una cosa da poco vedere la gente che si riprende, va ai concerti e non ha paura di stare insieme. ‘Sotto chi tene core’ gioca sul dualismo napoletano, su due parole. Si faccia avanti chi ha cuore e chi ha coraggio. È un grido di battaglia tratto da un film storico, ovvero Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, in cui un personaggio secondario si apprestava ad attaccare i tedeschi e diceva ‘Facciamoci coraggio, sotto chi ten o core’. Urla, muore e scompare. Questa scena mi ha colpito al punto da farmi costruire un prologo per un disco. Il concept album è quello che è venuto fuori involontariamente perché tutte le canzoni erano legate da questa sorta di grido di battaglia come sotto testo. Non è dichiarato il grido di battaglia ma ogni canzone rappresenta l’argomento che tratta dal punto di vista della resistenza. C’è un grande atto di resistenza che può essere sentimentale, come nel caso di ‘Chi se vo bene’, in cui si analizza l’ingrediente segreto per far rendere una relazione duratura, cioè la costanza, la perseveranza. Oppure nel caso di ‘Mirella è Felice’ si racconta la storia di Felice Pignataro e Mirella che dal nulla, dalla periferia, da Scampia hanno creato qualcosa di colorato, di gigantesco, che è il carnevale di Scampia. La cosa strana è che questo disco era pronto prima della pandemia, solo un pezzo è uscito dopo. L’idea della resistenza era già tutta scritta nel 2019 e per ovvi motivi non aveva senso fare un’uscita discografica in quel periodo. C’è una frase in ‘Mirella è Felice’ che dice ‘Vuless vencere a guerra cu te’ (vorrei vincere la guerra con te, ndr). In questo momento storico sembra fatto a posta ma non lo è. Il problema è che la guerra è sempre stata attuale. Noi tendiamo a vederla perché è sotto i riflettori ed è un argomento di gossip in questo momento. Ma è una cosa tristissima. Nel mondo gli americani hanno sempre fatto guerre e sono un popolo di invasori, così come i francesi. Stiamo dimenticando l’Afghanistan, il genocidio del Ruanda, che è storia recentissima. Reazione dei fan? È una gioia enorme come stanno rispondendo. Ho sempre cercato di fare qualcosa di diverso in ogni disco e trovarsi accolti in questo modo è interessante. Soprattutto quando si parla di tematiche più complicate. Non sono bravo a scrivere canzoni pop, vivo la scrittura come ispirazione e volontà di raccontare qualcosa. Io non credo nella possibilità della musica di cambiare le cose. Se non ci sono riusciti Bob Marley, John Lennon come potremmo noi? È impensabile. Credo però nella possibilità di diffondere bellezza, di raccontare storie che rimangono in secondo piano. Visto che tanti individui formano una collettività, se ad uno ad uno qualcuno sente qualcosa la diffonde. Il disco è uscito da una settimana e mi trovo bombardato di tag sui social da parte di persone che hanno visto un documentario su Thomas Sankara, ne hanno letto un libro. Per me è la soddisfazione più grande, la gente si è interessata. Sono stato ultra felice del primo showcase a Pozzuoli, c’è stato il panico di un concerto ad una presentazione. Un sovraffollamento e vuol dire che si ha voglia di stare insieme alla gente, le belle sensazioni di una volta”.

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