Il Punto
L'EX - Ghoulam: "Napoli scelta bellissima, la rifarei, De Laurentiis? Il miglior imprenditore del calcio italiano, mi è stato molto vicino durante l'infortunio, il panorama del golfo per me era fondamentale, Sarrismo? Ci ha permesso di entrare nella storia, un orgoglio immenso il murale di Jorit"
13.03.2026 08:51 di Napoli Magazine
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NAPOLI - Faouzi Ghoulam, ex terzino del Napoli, si è raccontato in una lunga intervista a Fanpage. Ecco un estratto. 

Non sei proprio come Totti, ma sei comunque un calciatore molto fidelizzato. Alla fine due squadre hanno segnato profondamente la tua carriera: Saint-Étienne e Napoli. Sono le squadre della tua vita?

Assolutamente sì. L'unico rammarico con il Saint-Étienne è di non aver fatto abbastanza a livello professionistico. Sono rimasto lì dagli 8 ai 23 anni, facendo tutta la trafila delle giovanili, ma in prima squadra ho giocato solo tre o quattro stagioni. Mi è mancato un pezzetto di percorso lì, ma è stato necessario per fare il salto di qualità e andare al Napoli.

C'è mai stata la possibilità reale di tornare al Saint-Étienne?

Sì, quando ho chiuso con il Napoli mi hanno chiamato. Il mio obiettivo era tornare, nonostante fossero in Serie B. Erano in difficoltà e mi offrirono tantissimi soldi, ma io dissi chiaramente che non sarei tornato nella squadra del mio cuore per fare il mercenario. Mi aspettavo un progetto a lungo termine, ma le nostre visioni non coincidevano. Loro mi vedevano ancora come il ragazzino che avevano lasciato partire anni prima, mentre io nel frattempo ero diventato un giocatore importante, con un bagaglio di esperienza internazionale, avendo lavorato con i migliori allenatori al mondo. Il presidente mi diceva: "Vieni a darci una mano per un po', ti copriamo di soldi". E io rispondevo: "Non è una questione di soldi, siete la mia squadra del cuore, vorrei magari iniziare un percorso per prendere il diploma da dirigente o allenatore lì".

Forse cercavano solo il nome e l'immagine, mentre tu cercavi un progetto.

Esatto. Quando sei un prodotto del vivaio tendono sempre a sminuirti. La realtà è che io venivo da anni a Napoli con i migliori tecnici, avevo giocato Mondiali, Coppa d'Africa, Champions ed Europa League. Ero tecnicamente e professionalmente più avanti rispetto ai loro standard di quel momento. Vi racconto un aneddoto: gioco con loro un'amichevole di mercoledì. Avevo circa 32 anni, era il dicembre dopo l'addio al Napoli. Il presidente mi chiama in ufficio per parlare del contratto e inizia con il solito discorso dei soldi. Io gli ribadisco: "Presidente, non sono qui per i soldi, mi interessa un progetto serio per il futuro del club". Lui risponde con un vago "vedremo". Il giorno dopo ho preso le mie cose e me ne sono andato. Ventiquattro ore dopo mi chiamano: "Ti aspettiamo all'allenamento". E io: "No, guarda, sono a New York". Non ci volevano credere, ma ero davvero lì a vedere una partita di NBA. Gli dissi chiaramente: "Io non sono più il ragazzo che avete lasciato partire anni fa. Oggi prendo decisioni molto velocemente: se le visioni non coincidono, ti ho detto che il mercenario nella mia squadra del cuore non lo faccio, e quindi niente, è finita".

Quindi è finita un po' male con loro?

No, non male, alla fine resta la mia squadra. Semplicemente con la vecchia proprietà non ci siamo intesi. Ora le cose sono cambiate: il presidente è lo stesso del Toronto e c'è Gazidis, che era al Milan. Le cose si sono evolute, ma allora andò così. Purtroppo non ero più il giocatore che si ricordavano loro.

A Napoli sei cambiato molto, è stata la svolta della tua vita e della tua carriera. Ci racconti cosa è successo "dietro le quinte" della trattativa che ti ha portato dal Saint-Étienne al Napoli? Com'è stato il primo approccio con il Presidente De Laurentiis, con il direttore sportivo o con Rafa Benitez? Cosa ti hanno detto per convincerti?

È una storia bella e un po' complicata. In quel periodo ero in trattativa con la Roma. Avevano iniziato il campionato in modo strepitoso con Rudi Garcia, facendo dieci vittorie su dieci. Mi volevano, ma non avevano i fondi per acquistarmi a gennaio, quindi l'idea era di bloccarmi per l'estate. Avevano detto al mio procuratore di aspettare la fine del mercato invernale per chiudere l'accordo con il Saint-Étienne per giugno. Poi, però, si è inserito il Napoli. Mio fratello, che era il mio agente, andò a parlarci a Roma. In quel momento stavo facendo una buona stagione e il Saint-Étienne voleva rinnovarmi il contratto. Proprio il giorno in cui stavo andando in ufficio dai miei presidenti per il rinnovo, mi chiamò Rafa Benitez. Il Napoli non aveva ancora fatto l'offerta ufficiale, ma Rafa iniziò a spiegarmi che mi voleva assolutamente. Ed è stato Napoli. Io, a dire la verità, di Napoli non sapevo molto, se non che era la città di Maradona, in famiglia siamo tutti suoi tifosi. Sapevo che erano appena usciti dalla Champions e che avevano una tifoseria incredibile. Dissi a Benitez che ero interessato, ma che c'era il Mondiale nel 2014 e non volevo rischiare il posto stando in panchina. Lui mi rassicurò: "Vieni, giocherai perché faccio molto turnover". Mentre ero ancora negli uffici del Saint-Étienne, arrivò il fax con l'offerta del Napoli. Dissi ai miei dirigenti: "Ecco cos'è questo fax. Io me ne vado". Non volevano crederci, ma alle quattro del mattino ero già su un volo per Napoli via Francoforte. Ho rinunciato anche a una percentuale sulla futura rivendita che mi spettava pur di chiudere. L'ho fatto volentieri ed è stata una scelta bellissima.

Il Presidente De Laurentiis ha speso parole bellissime per te di recente: sembra che tra voi ci sia un rapporto speciale. C'è qualcosa di lui che nessuno nota, ma che tu – prima da calciatore e ora da opinionista – ricordi con affetto? Cosa non si vede del De Laurentiis che tutti conosciamo?

Lui è un imprenditore importantissimo, probabilmente il migliore oggi nel calcio italiano. Spesso si parla di lui solo per il business o l'aspetto finanziario, ma a livello umano è un grandissimo uomo. Mi è stato molto vicino quando mi sono infortunato, sia la prima che la seconda volta. Mi mandava messaggi, mi chiamava in ospedale sia lui che la moglie. Gestisce la squadra come un padre di famiglia. La gente non se ne rende conto, ma per lui i giocatori sono come figli. Lo dice sempre nei momenti di tensione: "Il mio telefono è sempre aperto, chiamatemi per qualunque necessità, personale o professionale". Cerca sempre di mettere tutti nelle condizioni migliori per dare il 100%. 

Quando sei sbarcato a Napoli dopo quel volo all'alba e i vari scali, qual è stato il tuo primo ricordo o la prima persona che ti ha accolto?

Il primo ricordo è che, appena arrivato, cercavo disperatamente il mare. Io vengo da Saint-Étienne, che è in montagna e il mare non ce l'ha. Appena atterrato a Napoli, però, non lo vedevo perché mi portarono subito da Capodichino verso Castel Volturno, facendo la strada interna. Quando finalmente arrivai a Pinetamare, vidi l'acqua, ma onestamente mi aspettavo qualcosa tipo Nizza, dove esci e hai il mare subito lì davanti. Poi, la realtà di Castel Volturno all'epoca era un po' diversa. Oggi la zona è stata molto rinnovata, ma allora l'impatto fu particolare. Diciamo che ero deciso. Sei mesi prima sarei dovuto andare al Torino, ma ero scappato perché avevo quasi "paura" della città. Con Napoli invece mi sono detto: "Andiamo avanti". All'inizio è stata dura, ma poi tutto è cambiato.

Però poi hai abitato in zone dove il mare si vedeva bene, no?

Sì, ho cambiato diverse zone. All'inizio stavo in centro a Napoli con la vista sul mare, poi mi spostai ad Arco Felice per essere più vicino al campo d'allenamento. Alla fine però sono tornato in città, a Marechiaro, proprio sull'acqua. Cercavo la vista sul Golfo, per me è la più bella che esista. Svegliarsi con quel panorama era fondamentale, ero disposto a farmi anche un'ora di macchina ogni giorno per averlo.

C'è Mertens che, pur essendosi ritirato, ha ancora casa a Napoli proprio per quella vista. Ti ricordi cosa hai fatto la prima volta che hai visto l'alba sul Golfo col Vesuvio? Una foto, una videochiamata alla famiglia?

Come ti dicevo, venivo da una città piccola e per me quella realtà era enorme. Non ero ancora un grande viaggiatore, conoscevo solo la Francia e l'Algeria, quindi non avevo una mentalità apertissima. Per me era un sogno: giocare in una squadra con quel clima e quella vista incredibile tutti i giorni. Sì, chiamai subito tutti a casa, volevo che venissero a vedere perché era uno spettacolo unico.

Tornando ai tuoi inizi, avevi molti dubbi. Quanto tempo ci hai messo a capire di aver fatto la scelta giusta e che Napoli sarebbe stata una pagina fondamentale della tua carriera? Chi ti ha impressionato di più in allenamento e chi ti ha accolto meglio in spogliatoio?

Magari figure come il mitico Tommaso Starace col suo caffè… Ti dico la verità: dopo il primo weekend volevo scappare. La prima partita la giocammo a Bergamo e perdemmo 3-0. Ma ciò che mi scioccò fu la cattiveria dei tifosi avversari. Io venivo dalla Francia, dove il pubblico non è così aggressivo. Anche al Saint-Étienne, per quanto il derby col Lione fosse sentito, non avevo mai visto nulla di simile. Arrivo in Italia nel 2014, abituato agli stadi francesi moderni pronti per l'Europeo, e mi trovo in uno stadio vecchio, con la gente che ci insultava e striscioni contro di noi fin sotto l'albergo. Chiamai mio fratello e gli dissi: "Ma dove mi hai portato? Stadio vecchio, tifoseria aggressiva… Posso tornare indietro?". Lui mi rispose che il mercato era chiuso e dovevo restare. E sei rimasto. Ci ho messo circa 6 o 7 mesi per capire la storia del contrasto Nord-Sud e la "lotta di classe" che c'è in Italia. All'inizio, a 22 anni, senza parlare la lingua, non capivo perché fossero così aggressivi con me. Poi ho capito che io rappresentavo una città e un popolo. La svolta è stata una partita di Coppa Italia a Roma: si fece male Réveillère, entrai io, e lì, vedendo il livello tecnico degli avversari e dei miei compagni, capii che se avessi perso la concentrazione un solo istante sarei stato "morto". Dopo la sfida col Milan in casa (3-1, ndr), ebbi la conferma definitiva di aver fatto la scelta giusta. C'è stato qualche compagno che ti ha aiutato ad ambientarti? All'inizio parlavo poco l'italiano. Mi aiutarono molto Gökhan Inler, Behrami e Dzemaili perché parlavano francese. Fortunatamente, avendo studiato spagnolo a scuola, riuscivo a comunicare con Benitez e con i compagni spagnoli. Dopo sei mesi arrivò anche Kalidou [Koulibaly], che per me è come un fratello. Ma quel Napoli era davvero una famiglia: non c'erano gruppi separati, ci accettavano tutti. Se abbracci il progetto, a Napoli diventi subito uno di loro.

Chi è il giocatore che in allenamento ti ha fatto dire: "Mamma mia, questo è fortissimo"?

Senza dubbio Gonzalo Higuain. In Italia si usa spesso la parola "fuoriclasse" per tutti, ma con lui ho capito cosa significasse davvero. Gonzalo era oltre il concetto di "forte": era uno di quei giocatori che ti fanno vincere le partite e i campionati da soli. Vedendo lui, Raul Albiol e José Callejon, capivi perché fossero stati al Real Madrid: hanno qualcosa che agli altri manca. Poi c'era Dries Mertens, che entrava e spaccava le partite, e Lorenzo Insigne, che faceva cose incredibili per la sua età. Lì ho capito che il salto di qualità era enorme: non si poteva più pareggiare, bisognava vincere a tutti i costi.

C'è un gesto di un tifoso che ricordi ancora oggi?

Più che un gesto di un tifoso del Napoli, ricordo uno striscione a Bergamo che diceva: "Preferisco un cognato nero che un napoletano". Mi fece male, perché stavo iniziando a capire l'italiano e il significato profondo di quelle parole. È stato lì che la mia mentalità è cambiata: sono diventato napoletano a tutti gli effetti, prendendo su di me le loro battaglie. Con Kalidou abbiamo vissuto momenti brutti legati al razzismo. Io dico sempre che un calciatore, quando arriva in una città, deve studiarne la storia e il popolo per rappresentarli al meglio. All'inizio soffrivamo molto, poi abbiamo iniziato a ignorare certi insulti capendo che erano solo stupidi. Ma per me il razzismo contro il colore della pelle e quello contro i napoletani hanno lo stesso impatto brutto. Mi sentivo ferito allo stesso modo. Oggi si fa ancora troppo poco contro queste discriminazioni, le cose non cambiano abbastanza velocemente.

E l'abitudine del caffè di Tommaso? Ti è rimasta?

Io non bevo caffè! Mia madre mi diceva sempre che era una cosa "per i grandi" e non ho mai iniziato. Kalidou invece ne è diventato dipendente, si è fatto prendere da Tommy (Tommaso Starace ndr), lo beve pure di notte! Di napoletano però mi è rimasta la cosa più importante: il cuore.

Hai giocato con Benitez e poi con Sarri. Il "Sarrismo" è diventato un neologismo celebre. Eravate consapevoli di essere parte di un'opera d'arte, di una squadra quasi invincibile anche se non è arrivato lo scudetto?

Il Sarrismo ci ha permesso di entrare nella storia del Napoli, non per i trofei, ma per l'impronta che abbiamo lasciato nella mente delle persone. Se oggi chiedi ai tifosi, i giocatori dell'era Sarri sono ricordati più di altri che magari hanno vinto di più. C'era una fusione pazzesca, un'unione unica tra squadra e città che nel calcio moderno è quasi impossibile da ritrovare.

Il gol o l'assist più bello dei tuoi otto anni in azzurro?

Di assist ne ho fatti tanti, non saprei sceglierne uno. Come gol, tutti dicono quello alla SPAL perché fu importante per la partita, ma io ricordo con più affetto quello al Verona: era la mia centesima partita in Serie A. Sfortunatamente non ho mai segnato in casa, ma ho sempre segnato in trasferta.

Cosa farà Faouzi da grande?

Hai preso il patentino UEFA B da allenatore e stai seguendo il Master MIP per calciatori internazionali. De Laurentiis ti ha detto parole bellissime, invitandoti a tornare a Napoli quando vuoi.

Ti vedi come dirigente in futuro? E come ti trovi nel ruolo di opinionista a Sky?

A Sky mi diverto tantissimo. Il livello è altissimo e commentare il calcio è una passione che ho sempre avuto. Il pubblico italiano è molto competente tatticamente, quindi è stimolante parlarne in TV, è un'esperienza molto bella. Ho preso il patentino UEFA B perché credo che un opinionista debba capire come pensa un allenatore o un direttore sportivo o un presidente. Sono sempre stato curioso di capire le dinamiche "sopra" di me, gli allenatori mi dicevano sempre che ero un altro allenatore nello spogliatoio. Prendere il patentino in Italia ha un valore superiore che farlo altrove: gli allenatori italiani sono migliori rispetto agli altri. Il master MIP è un percorso affascinante che tocca il management e il business del calcio a 360 gradi. Il calcio oggi sta diventando sempre più business e meno emozione: come ex calciatore sento il dovere di evolvere e capire questo nuovo mondo per poter un giorno ricoprire ruoli dirigenziali o di presidenza.

Ti mostro questa immagine. Siete ancora in contatto con i compagni di quel periodo?

Sì, abbiamo una chat che si chiama "Napoli Legend" con giocatori che vanno dall'era Maradona a oggi. Siamo sempre in contatto. Purtroppo non potrò partecipare alla partita per i 100 anni del Napoli a maggio perché sarò in pellegrinaggio a La Mecca, mi dispiace molto. 

Farai una partita al Maradona… magari per dire addio al calcio

Non amo le celebrazioni personali, tipo l'addio al calcio, preferisco partecipare a quelle degli altri.

Che effetto ti fa vedere il tuo volto sul murale di Jorit all'esterno dello stadio?

È un orgoglio immenso. Essere raffigurato lì ti rende "immortale", ma la cosa che mi gratifica di più è essere ricordato come uomo, prima ancora che come calciatore.

Per chiudere: una cosa che non rifaresti, una che rifaresti e come ti descriveresti a un bambino? Non cambierei nulla, perché credo nel destino.

Rifarei assolutamente la scelta di Napoli: è stata la decisione più importante della mia vita e mi ha reso l'uomo che sono oggi e che sarò per sempre. A un bambino direi che senza il lavoro non si arriva da nessuna parte. Io ho lavorato duramente e tutto quello che ho avuto me lo sono meritato. Ho superato momenti pesanti, come il razzismo subìto nelle giovanili, ma tutto serve per crescere. La cosa fondamentale è cercare di diventare ogni giorno la versione migliore di sé stessi a livello umano, e la famiglia, i genitori sono fondamentali.

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di Napoli Magazine

13/03/2026 - 08:51

NAPOLI - Faouzi Ghoulam, ex terzino del Napoli, si è raccontato in una lunga intervista a Fanpage. Ecco un estratto. 

Non sei proprio come Totti, ma sei comunque un calciatore molto fidelizzato. Alla fine due squadre hanno segnato profondamente la tua carriera: Saint-Étienne e Napoli. Sono le squadre della tua vita?

Assolutamente sì. L'unico rammarico con il Saint-Étienne è di non aver fatto abbastanza a livello professionistico. Sono rimasto lì dagli 8 ai 23 anni, facendo tutta la trafila delle giovanili, ma in prima squadra ho giocato solo tre o quattro stagioni. Mi è mancato un pezzetto di percorso lì, ma è stato necessario per fare il salto di qualità e andare al Napoli.

C'è mai stata la possibilità reale di tornare al Saint-Étienne?

Sì, quando ho chiuso con il Napoli mi hanno chiamato. Il mio obiettivo era tornare, nonostante fossero in Serie B. Erano in difficoltà e mi offrirono tantissimi soldi, ma io dissi chiaramente che non sarei tornato nella squadra del mio cuore per fare il mercenario. Mi aspettavo un progetto a lungo termine, ma le nostre visioni non coincidevano. Loro mi vedevano ancora come il ragazzino che avevano lasciato partire anni prima, mentre io nel frattempo ero diventato un giocatore importante, con un bagaglio di esperienza internazionale, avendo lavorato con i migliori allenatori al mondo. Il presidente mi diceva: "Vieni a darci una mano per un po', ti copriamo di soldi". E io rispondevo: "Non è una questione di soldi, siete la mia squadra del cuore, vorrei magari iniziare un percorso per prendere il diploma da dirigente o allenatore lì".

Forse cercavano solo il nome e l'immagine, mentre tu cercavi un progetto.

Esatto. Quando sei un prodotto del vivaio tendono sempre a sminuirti. La realtà è che io venivo da anni a Napoli con i migliori tecnici, avevo giocato Mondiali, Coppa d'Africa, Champions ed Europa League. Ero tecnicamente e professionalmente più avanti rispetto ai loro standard di quel momento. Vi racconto un aneddoto: gioco con loro un'amichevole di mercoledì. Avevo circa 32 anni, era il dicembre dopo l'addio al Napoli. Il presidente mi chiama in ufficio per parlare del contratto e inizia con il solito discorso dei soldi. Io gli ribadisco: "Presidente, non sono qui per i soldi, mi interessa un progetto serio per il futuro del club". Lui risponde con un vago "vedremo". Il giorno dopo ho preso le mie cose e me ne sono andato. Ventiquattro ore dopo mi chiamano: "Ti aspettiamo all'allenamento". E io: "No, guarda, sono a New York". Non ci volevano credere, ma ero davvero lì a vedere una partita di NBA. Gli dissi chiaramente: "Io non sono più il ragazzo che avete lasciato partire anni fa. Oggi prendo decisioni molto velocemente: se le visioni non coincidono, ti ho detto che il mercenario nella mia squadra del cuore non lo faccio, e quindi niente, è finita".

Quindi è finita un po' male con loro?

No, non male, alla fine resta la mia squadra. Semplicemente con la vecchia proprietà non ci siamo intesi. Ora le cose sono cambiate: il presidente è lo stesso del Toronto e c'è Gazidis, che era al Milan. Le cose si sono evolute, ma allora andò così. Purtroppo non ero più il giocatore che si ricordavano loro.

A Napoli sei cambiato molto, è stata la svolta della tua vita e della tua carriera. Ci racconti cosa è successo "dietro le quinte" della trattativa che ti ha portato dal Saint-Étienne al Napoli? Com'è stato il primo approccio con il Presidente De Laurentiis, con il direttore sportivo o con Rafa Benitez? Cosa ti hanno detto per convincerti?

È una storia bella e un po' complicata. In quel periodo ero in trattativa con la Roma. Avevano iniziato il campionato in modo strepitoso con Rudi Garcia, facendo dieci vittorie su dieci. Mi volevano, ma non avevano i fondi per acquistarmi a gennaio, quindi l'idea era di bloccarmi per l'estate. Avevano detto al mio procuratore di aspettare la fine del mercato invernale per chiudere l'accordo con il Saint-Étienne per giugno. Poi, però, si è inserito il Napoli. Mio fratello, che era il mio agente, andò a parlarci a Roma. In quel momento stavo facendo una buona stagione e il Saint-Étienne voleva rinnovarmi il contratto. Proprio il giorno in cui stavo andando in ufficio dai miei presidenti per il rinnovo, mi chiamò Rafa Benitez. Il Napoli non aveva ancora fatto l'offerta ufficiale, ma Rafa iniziò a spiegarmi che mi voleva assolutamente. Ed è stato Napoli. Io, a dire la verità, di Napoli non sapevo molto, se non che era la città di Maradona, in famiglia siamo tutti suoi tifosi. Sapevo che erano appena usciti dalla Champions e che avevano una tifoseria incredibile. Dissi a Benitez che ero interessato, ma che c'era il Mondiale nel 2014 e non volevo rischiare il posto stando in panchina. Lui mi rassicurò: "Vieni, giocherai perché faccio molto turnover". Mentre ero ancora negli uffici del Saint-Étienne, arrivò il fax con l'offerta del Napoli. Dissi ai miei dirigenti: "Ecco cos'è questo fax. Io me ne vado". Non volevano crederci, ma alle quattro del mattino ero già su un volo per Napoli via Francoforte. Ho rinunciato anche a una percentuale sulla futura rivendita che mi spettava pur di chiudere. L'ho fatto volentieri ed è stata una scelta bellissima.

Il Presidente De Laurentiis ha speso parole bellissime per te di recente: sembra che tra voi ci sia un rapporto speciale. C'è qualcosa di lui che nessuno nota, ma che tu – prima da calciatore e ora da opinionista – ricordi con affetto? Cosa non si vede del De Laurentiis che tutti conosciamo?

Lui è un imprenditore importantissimo, probabilmente il migliore oggi nel calcio italiano. Spesso si parla di lui solo per il business o l'aspetto finanziario, ma a livello umano è un grandissimo uomo. Mi è stato molto vicino quando mi sono infortunato, sia la prima che la seconda volta. Mi mandava messaggi, mi chiamava in ospedale sia lui che la moglie. Gestisce la squadra come un padre di famiglia. La gente non se ne rende conto, ma per lui i giocatori sono come figli. Lo dice sempre nei momenti di tensione: "Il mio telefono è sempre aperto, chiamatemi per qualunque necessità, personale o professionale". Cerca sempre di mettere tutti nelle condizioni migliori per dare il 100%. 

Quando sei sbarcato a Napoli dopo quel volo all'alba e i vari scali, qual è stato il tuo primo ricordo o la prima persona che ti ha accolto?

Il primo ricordo è che, appena arrivato, cercavo disperatamente il mare. Io vengo da Saint-Étienne, che è in montagna e il mare non ce l'ha. Appena atterrato a Napoli, però, non lo vedevo perché mi portarono subito da Capodichino verso Castel Volturno, facendo la strada interna. Quando finalmente arrivai a Pinetamare, vidi l'acqua, ma onestamente mi aspettavo qualcosa tipo Nizza, dove esci e hai il mare subito lì davanti. Poi, la realtà di Castel Volturno all'epoca era un po' diversa. Oggi la zona è stata molto rinnovata, ma allora l'impatto fu particolare. Diciamo che ero deciso. Sei mesi prima sarei dovuto andare al Torino, ma ero scappato perché avevo quasi "paura" della città. Con Napoli invece mi sono detto: "Andiamo avanti". All'inizio è stata dura, ma poi tutto è cambiato.

Però poi hai abitato in zone dove il mare si vedeva bene, no?

Sì, ho cambiato diverse zone. All'inizio stavo in centro a Napoli con la vista sul mare, poi mi spostai ad Arco Felice per essere più vicino al campo d'allenamento. Alla fine però sono tornato in città, a Marechiaro, proprio sull'acqua. Cercavo la vista sul Golfo, per me è la più bella che esista. Svegliarsi con quel panorama era fondamentale, ero disposto a farmi anche un'ora di macchina ogni giorno per averlo.

C'è Mertens che, pur essendosi ritirato, ha ancora casa a Napoli proprio per quella vista. Ti ricordi cosa hai fatto la prima volta che hai visto l'alba sul Golfo col Vesuvio? Una foto, una videochiamata alla famiglia?

Come ti dicevo, venivo da una città piccola e per me quella realtà era enorme. Non ero ancora un grande viaggiatore, conoscevo solo la Francia e l'Algeria, quindi non avevo una mentalità apertissima. Per me era un sogno: giocare in una squadra con quel clima e quella vista incredibile tutti i giorni. Sì, chiamai subito tutti a casa, volevo che venissero a vedere perché era uno spettacolo unico.

Tornando ai tuoi inizi, avevi molti dubbi. Quanto tempo ci hai messo a capire di aver fatto la scelta giusta e che Napoli sarebbe stata una pagina fondamentale della tua carriera? Chi ti ha impressionato di più in allenamento e chi ti ha accolto meglio in spogliatoio?

Magari figure come il mitico Tommaso Starace col suo caffè… Ti dico la verità: dopo il primo weekend volevo scappare. La prima partita la giocammo a Bergamo e perdemmo 3-0. Ma ciò che mi scioccò fu la cattiveria dei tifosi avversari. Io venivo dalla Francia, dove il pubblico non è così aggressivo. Anche al Saint-Étienne, per quanto il derby col Lione fosse sentito, non avevo mai visto nulla di simile. Arrivo in Italia nel 2014, abituato agli stadi francesi moderni pronti per l'Europeo, e mi trovo in uno stadio vecchio, con la gente che ci insultava e striscioni contro di noi fin sotto l'albergo. Chiamai mio fratello e gli dissi: "Ma dove mi hai portato? Stadio vecchio, tifoseria aggressiva… Posso tornare indietro?". Lui mi rispose che il mercato era chiuso e dovevo restare. E sei rimasto. Ci ho messo circa 6 o 7 mesi per capire la storia del contrasto Nord-Sud e la "lotta di classe" che c'è in Italia. All'inizio, a 22 anni, senza parlare la lingua, non capivo perché fossero così aggressivi con me. Poi ho capito che io rappresentavo una città e un popolo. La svolta è stata una partita di Coppa Italia a Roma: si fece male Réveillère, entrai io, e lì, vedendo il livello tecnico degli avversari e dei miei compagni, capii che se avessi perso la concentrazione un solo istante sarei stato "morto". Dopo la sfida col Milan in casa (3-1, ndr), ebbi la conferma definitiva di aver fatto la scelta giusta. C'è stato qualche compagno che ti ha aiutato ad ambientarti? All'inizio parlavo poco l'italiano. Mi aiutarono molto Gökhan Inler, Behrami e Dzemaili perché parlavano francese. Fortunatamente, avendo studiato spagnolo a scuola, riuscivo a comunicare con Benitez e con i compagni spagnoli. Dopo sei mesi arrivò anche Kalidou [Koulibaly], che per me è come un fratello. Ma quel Napoli era davvero una famiglia: non c'erano gruppi separati, ci accettavano tutti. Se abbracci il progetto, a Napoli diventi subito uno di loro.

Chi è il giocatore che in allenamento ti ha fatto dire: "Mamma mia, questo è fortissimo"?

Senza dubbio Gonzalo Higuain. In Italia si usa spesso la parola "fuoriclasse" per tutti, ma con lui ho capito cosa significasse davvero. Gonzalo era oltre il concetto di "forte": era uno di quei giocatori che ti fanno vincere le partite e i campionati da soli. Vedendo lui, Raul Albiol e José Callejon, capivi perché fossero stati al Real Madrid: hanno qualcosa che agli altri manca. Poi c'era Dries Mertens, che entrava e spaccava le partite, e Lorenzo Insigne, che faceva cose incredibili per la sua età. Lì ho capito che il salto di qualità era enorme: non si poteva più pareggiare, bisognava vincere a tutti i costi.

C'è un gesto di un tifoso che ricordi ancora oggi?

Più che un gesto di un tifoso del Napoli, ricordo uno striscione a Bergamo che diceva: "Preferisco un cognato nero che un napoletano". Mi fece male, perché stavo iniziando a capire l'italiano e il significato profondo di quelle parole. È stato lì che la mia mentalità è cambiata: sono diventato napoletano a tutti gli effetti, prendendo su di me le loro battaglie. Con Kalidou abbiamo vissuto momenti brutti legati al razzismo. Io dico sempre che un calciatore, quando arriva in una città, deve studiarne la storia e il popolo per rappresentarli al meglio. All'inizio soffrivamo molto, poi abbiamo iniziato a ignorare certi insulti capendo che erano solo stupidi. Ma per me il razzismo contro il colore della pelle e quello contro i napoletani hanno lo stesso impatto brutto. Mi sentivo ferito allo stesso modo. Oggi si fa ancora troppo poco contro queste discriminazioni, le cose non cambiano abbastanza velocemente.

E l'abitudine del caffè di Tommaso? Ti è rimasta?

Io non bevo caffè! Mia madre mi diceva sempre che era una cosa "per i grandi" e non ho mai iniziato. Kalidou invece ne è diventato dipendente, si è fatto prendere da Tommy (Tommaso Starace ndr), lo beve pure di notte! Di napoletano però mi è rimasta la cosa più importante: il cuore.

Hai giocato con Benitez e poi con Sarri. Il "Sarrismo" è diventato un neologismo celebre. Eravate consapevoli di essere parte di un'opera d'arte, di una squadra quasi invincibile anche se non è arrivato lo scudetto?

Il Sarrismo ci ha permesso di entrare nella storia del Napoli, non per i trofei, ma per l'impronta che abbiamo lasciato nella mente delle persone. Se oggi chiedi ai tifosi, i giocatori dell'era Sarri sono ricordati più di altri che magari hanno vinto di più. C'era una fusione pazzesca, un'unione unica tra squadra e città che nel calcio moderno è quasi impossibile da ritrovare.

Il gol o l'assist più bello dei tuoi otto anni in azzurro?

Di assist ne ho fatti tanti, non saprei sceglierne uno. Come gol, tutti dicono quello alla SPAL perché fu importante per la partita, ma io ricordo con più affetto quello al Verona: era la mia centesima partita in Serie A. Sfortunatamente non ho mai segnato in casa, ma ho sempre segnato in trasferta.

Cosa farà Faouzi da grande?

Hai preso il patentino UEFA B da allenatore e stai seguendo il Master MIP per calciatori internazionali. De Laurentiis ti ha detto parole bellissime, invitandoti a tornare a Napoli quando vuoi.

Ti vedi come dirigente in futuro? E come ti trovi nel ruolo di opinionista a Sky?

A Sky mi diverto tantissimo. Il livello è altissimo e commentare il calcio è una passione che ho sempre avuto. Il pubblico italiano è molto competente tatticamente, quindi è stimolante parlarne in TV, è un'esperienza molto bella. Ho preso il patentino UEFA B perché credo che un opinionista debba capire come pensa un allenatore o un direttore sportivo o un presidente. Sono sempre stato curioso di capire le dinamiche "sopra" di me, gli allenatori mi dicevano sempre che ero un altro allenatore nello spogliatoio. Prendere il patentino in Italia ha un valore superiore che farlo altrove: gli allenatori italiani sono migliori rispetto agli altri. Il master MIP è un percorso affascinante che tocca il management e il business del calcio a 360 gradi. Il calcio oggi sta diventando sempre più business e meno emozione: come ex calciatore sento il dovere di evolvere e capire questo nuovo mondo per poter un giorno ricoprire ruoli dirigenziali o di presidenza.

Ti mostro questa immagine. Siete ancora in contatto con i compagni di quel periodo?

Sì, abbiamo una chat che si chiama "Napoli Legend" con giocatori che vanno dall'era Maradona a oggi. Siamo sempre in contatto. Purtroppo non potrò partecipare alla partita per i 100 anni del Napoli a maggio perché sarò in pellegrinaggio a La Mecca, mi dispiace molto. 

Farai una partita al Maradona… magari per dire addio al calcio

Non amo le celebrazioni personali, tipo l'addio al calcio, preferisco partecipare a quelle degli altri.

Che effetto ti fa vedere il tuo volto sul murale di Jorit all'esterno dello stadio?

È un orgoglio immenso. Essere raffigurato lì ti rende "immortale", ma la cosa che mi gratifica di più è essere ricordato come uomo, prima ancora che come calciatore.

Per chiudere: una cosa che non rifaresti, una che rifaresti e come ti descriveresti a un bambino? Non cambierei nulla, perché credo nel destino.

Rifarei assolutamente la scelta di Napoli: è stata la decisione più importante della mia vita e mi ha reso l'uomo che sono oggi e che sarò per sempre. A un bambino direi che senza il lavoro non si arriva da nessuna parte. Io ho lavorato duramente e tutto quello che ho avuto me lo sono meritato. Ho superato momenti pesanti, come il razzismo subìto nelle giovanili, ma tutto serve per crescere. La cosa fondamentale è cercare di diventare ogni giorno la versione migliore di sé stessi a livello umano, e la famiglia, i genitori sono fondamentali.