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IL GRAFFIO - Corbo: "Il Napoli riparte sempre da se stesso, perché ancora non si conosce"
08.04.2021 11:09 di Napoli Magazine Fonte: Antonio Corbo per "Il Graffio" di Repubblica

La partita più attesa dell’anno doveva dare risposte. Lascia sul campo solo domande. La Juve segna con Ronaldo e Dybala, prevale nei rapporti di forza con Cuadrado, Danilo e Chiesa superlativi nel primo tempo, che cos’ha in più di Pirlo questa squadra su quella di Sarri e che cosa si aspetta in futuro, se è così forte nei singoli e così indistinta nel collettivo? Ce n’è una anche per il Napoli: qual è il valore di una squadra che arriva dopo un scatto prepotente di 16 punti su 18 ma che si consegna alla Juve nella partita che vale molto più del terzo posto e del premio Champions da 50 milioni? È un Napoli che riparte sempre da se stesso, perché ancora non si conosce. Se a Torino comincia senza Osimhen, il giocatore più pagato della sua storia, certifica la sua delusione nel rinnovarsi. La discontinuità è lo stile di più vite azzurre. Se si sommano le intermittenze c’è la somma dell’attuale delusione. Il Napoli a 9 gare dal termine può ancora infilarsi in Champions, certo: c’è un sempre margine per tentare un ulteriore recupero. Ancora tanto da giocare e la matematica non dà mai sentenze precoci. Ma da tempo si fissa a 76 la soglia per la Champions. Il Napoli dovrebbe adesso elevare la velocità, portando la media punti a 2,22. È davvero possibile se nei segmenti migliori non ha mai superato 1,96? È probabile, amaramente probabile che sia il quinto posto la dimensione che Napoli, il ruolo che gli spetta. Sarà un caso, è anche la stessa sua posizione nella classifica degli ingaggi. Una squadra che dà quanto riceve, nulla di più, e quasi mai quanto promette. L’inizio è malinconico per un Napoli che da 185 giorni aspetta la partita. Che si lamentò di non aver giocato il 4 ottobre, perché quella volta Gattuso era convinto di battere la Juve. Che la società aveva raddrizzato in sede di giustizia sportiva affidandosi ad un secondo avvocato e aggiornando le sue linee in punto di diritto dopo aver subìto il commento aspro di Andrea Agnelli, “noi facciamo sempre le cose in regola”. Una severità che ferì De Laurentiis provocandone un energico cambio di tattica processuale. L’inizio mostra un Napoli remissivo nei suoi uomini più rappresentativi. Insigne, Mertens, Lozano, Zielinski sembrano ingrigiti nel confronto. Tiene la difesa con il recuperato Koulibaly, con Di Lorenzo straordinario dopo il viaggio con la Nazionale, con Rrhamani che si affida tranquillo alle sue certezze, con Demme che corre molto, magari senza mettere in moto il resto della squadra che si riduce a scatti, a incursioni, ad assalti. Ma è la Juve che comanda fissando l’ampiezza del gioco con Cuadrado sulla sua destra protetto da un insuperabile e dinamico Danilo, è la zona dove Inigne lascia un vuoto. A sinistra è feroce Chiesa coperto da Alex Sandro. Nelle ripartenze l’ampiezza dell’assetto juventino consente quella superiorità numerica che il Napoli aveva programmato sottraendo alla marcatura un Insigne troppo arretrato, e poco efficace anche quando tentava di infilarsi alle spalle di Bentancur e Rabiot. Gattuso anche stavolta tenta una mossa disperata: fa saltare il tavolo. Fuori Demme per lanciare Osimhen, una punta in più. Forse era da ritirare prima Mertens di Demme, visto il contributo modesto dell’evanescente belga. Osimhen si procura il rigore, riempie l’area, ma sembra giocare in una squadra non ancora sua. In chiave futuro, questa è la domanda più complessa che il Napoli lascia a Torino, dove sognava la grande impresa. Invecchiano anche i sogni.

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