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GOLAZO - Mollichelli su "NM": "Napoli, banco di prova nella città di Mozart"
23.10.2019 10:45 di Napoli Magazine

NAPOLI - In una commedia di De Filippo c'è un personaggio che invoca: viva la Polacchia! Intendendo la Polonia, naturalmente. E vogliamo lanciarlo anche noi, in onore di Milik. Il polaccone azzurro che ne ha passate di cotte e di crude e che è tornato col cipiglio fiero del combattente, tipico della sua razza. Un'arma in più per Sopracciglio Alzato che avrà modo di scegliere fior da fiore, specie nel reparto offensivo, per il prosieguo della stagione che, tra campionato e coppa, è entrata nel vivo. Ci sarà da scalare un paio di posti nella giostra nostrana e mantenere nervi saldi per il passaggio agli ottavi della Champions. A cominciare dalla trasferta nella città di Mozart che non è soltanto musica che ti prende i sensi. Insomma, quel Salisburgo che in casa non conosce sconfitte da un po' di tempo costituirà un banco di prova nient'affatto semplice per gli azzurri. Seguirà, quindi, un trittico di partite in campionato che nascondono non poche insidie. In successione: si va in casa degli Estensi, si riceverà l'Atalanta che resta pur sempre Dea nonostante la scoppola ricevuta in quel di Manchester sponda City, e poi i derby del sole con quella Roma che sin qui è indecifrabile, ma pur sempre Lupa. Mi ha addolorato la notizia della morte di Panzanato che era biondo e di gentil aspetto nella vita di tutti i giorni, e fiero guerriero sul campo. Uno stopper impeccabile nelle chiusure e nelle marcature. Ai suoi tempi si chiamava stopper il centrale di difesa. Ed aveva accanto un mediano ed un libero. Quella linea a ridosso del centrocampo era la forza del Napoli: Bianchi - che poi sarebbe stato la guida silenziosa nella cavalcata del primo scudetto - mediano alla Stiles ma con un pizzico di classe in più, al centro Dino Panzanato il veneto che ha amato Napoli, quindi Stenti il libero dai movimenti eleganti. Erano i favolosi anni sessanta-settanta. una squadra forte, non soltanto bella a vedersi. E poi, c'era lui, el cabezòn a deliziare con finte, tunnels e giocate irridenti: Enrique Omar Sivori, il funambolo che ho amato come appassionato di calcio e poi conosciuto personalmente. Il mio idolo. Quando osservavo Diego, el diez, mi capitava di andare con la mente in modalità flashback: ma questa giocata, questa finta, questi dribblings li ho già visti fare... già, da Sivori, soltanto con minore velocità perché una volta il calcio era meno frenetico ma più danzato. Omar aveva lasciato la Juve perché non sopportava Heriberto Herrera il paraguagio che pretendeva movimiento e movimiento. E figuratevi Omar che era poesìa istintiva. Si "odiarono" el cabezòn e HH2 (HH1 era Helenio Herrera, il mago). In un lontano primo dicembre del '68, l'anno della contestazione e dei ribelli, l'ultima sfida. Sivori, ogni volta che l'azione capitava all'altezza delle panchine provocava il paraguagio, nervosismo in campo che contagiò tutti i contendenti. Fino all'interminabile match di pugilato tra Panzanato e Salvadore, con conseguenti pesanti sia fisiche che discipinari. Dino: 5 punti di sutura e 9 giornate di squalifica. Sandro: 20 punti di sutura e 4 di squalifica. Le provocazioni del cabezòn furono punite con 6 giornate di squalifica. In seguito alla rissa sanpaolina Sivori abbandonò il calcio e fece ritorno nella sua Argentina. Non fu un bel vedere. E Panzanato e Salvadore fecero pubblica ammenda. Ti sia lieve la terra caro Dino Panzanato. Ora il cielo è più azzurro.

 

 

Adolfo Mollichelli

 

Napoli Magazine

 

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