Le difficoltà, la paura della morte, le vittorie. Mikel Merino si è raccontato con sincerità a The Players' Tribute, partendo dall'infortunio al piede rimediato a febbraio 2026. "Mi trovavo in un ufficio del centro di allenamento e indossavo un tutore protettivo. Il medico della squadra e il fisioterapista capo stavano esaminando le immagini una per una".
Con un PowerPoint, lo staff ha spiegato la situazione al giocatore. "La corsa al titolo era in pieno svolgimento. La Coppa del Mondo era alle porte. Mia moglie era incinta". Merino fu shockato dai tempi di recupero, stimati per 6 mesi: "Ho fatto due conti a mente. Mancavano quattro mesi ai Mondiali". Il giocatore ha raccontato di aver guidato in silenzio fino a casa e di sentirsi distrutto dopo aver raccontato la diagnosi alla moglie.
Merino è certo di aver un angelo custode che lo protegge. In particolare, lo spagnolo ha fatto riferimento all'attentato subito l'11 aprile 2017 a bordo del pullman del Borussia Dortmund. La squadra si stava recando allo stadio per la gara di Champions League contro il Monaco, quando l'esplosione di tre bombe ha scosso il mondo del calcio.
"Quell’episodio ci ha segnati tutti. Ci fu un boato assordante, e poi ricordo che l’autobus rischiò di ribaltarsi" ha raccontato. "Mi guardai alle spalle e vidi del sangue sul pavimento. Fumo, urla. Ricordo di essere stato in ospedale più tardi quella notte, in attesa di Marc Bartra, che aveva un profondo taglio al polso. Il giorno dopo, qualcuno mi disse che un enorme frammento di scheggia si era conficcato nel poggiatesta del sedile accanto a Marc. Il mio solito posto".
Merino ha raccontato le emozioni della vittoria della Premier League con l'Arsenal. Tra i temi affrontati c'è anche lo sfottò del tifoso del Manchester City e della bottiglietta, riguardo il quale ha detto di aver fatto una risata. "Eravamo dei “bottlers”. Sempre secondi. Secondi, secondi, secondi. Noiosi. Una squadra da calci piazzati. Incapaci di segnare in azione. Incapaci di reggere la pressione. Quando mettevano in dubbio la nostra professionalità, ci stringevamo ancora di più".
E su Arteta ha dichiarato: "La cultura che abbiamo oggi la dobbiamo a lui. Anche quando il mondo si aspettava che crollassimo, ero sicuro che il titolo sarebbe stato nostro".
Merino si è soffermato sul momento della convocazione con la Spagna per i Mondiali: "Ho acceso la TV spagnola. La federazione aveva realizzato questo video fantastico sul fatto che la nazionale appartiene al popolo, quindi Luis non stava leggendo i nomi. Aveva riservato quell’onore agli eroi quotidiani spagnoli. Ero seduto sul divano e continuavo a ripetere: 'Per favore, per favore, per favore...' ".
Quando è comparso il suo nome, Mikel non ha trattenuto la gioia: "Ho abbracciato Lola. Ho baciato Marco. Il mio telefono è stato sommerso dai messaggi. Stavo per andare ai Mondiali". L'avventura in America è stata un successo: "Volevo essere lì, volevo essere importante".
Il lungo viaggio di Merino si è concluso con alcuni fotogrammi del giocatore, per sempre impressi nella sua memoria: "La cosa più bella di questa finale è stata che ci siamo dimenticati che si trattava di una finale. Abbiamo semplicemente giocato. I nostri ragazzi sono così sicuri di sé da sembrare quasi distaccati dalla realtà. Lo ammiro davvero. Vivono nel loro mondo, dove la pressione è solo chiacchiere e la partita è solo una partita, come se fossero ancora bambini. Questo è il modo migliore di giocare".
di Napoli Magazine
16/10/2026 - 12:49
Le difficoltà, la paura della morte, le vittorie. Mikel Merino si è raccontato con sincerità a The Players' Tribute, partendo dall'infortunio al piede rimediato a febbraio 2026. "Mi trovavo in un ufficio del centro di allenamento e indossavo un tutore protettivo. Il medico della squadra e il fisioterapista capo stavano esaminando le immagini una per una".
Con un PowerPoint, lo staff ha spiegato la situazione al giocatore. "La corsa al titolo era in pieno svolgimento. La Coppa del Mondo era alle porte. Mia moglie era incinta". Merino fu shockato dai tempi di recupero, stimati per 6 mesi: "Ho fatto due conti a mente. Mancavano quattro mesi ai Mondiali". Il giocatore ha raccontato di aver guidato in silenzio fino a casa e di sentirsi distrutto dopo aver raccontato la diagnosi alla moglie.
Merino è certo di aver un angelo custode che lo protegge. In particolare, lo spagnolo ha fatto riferimento all'attentato subito l'11 aprile 2017 a bordo del pullman del Borussia Dortmund. La squadra si stava recando allo stadio per la gara di Champions League contro il Monaco, quando l'esplosione di tre bombe ha scosso il mondo del calcio.
"Quell’episodio ci ha segnati tutti. Ci fu un boato assordante, e poi ricordo che l’autobus rischiò di ribaltarsi" ha raccontato. "Mi guardai alle spalle e vidi del sangue sul pavimento. Fumo, urla. Ricordo di essere stato in ospedale più tardi quella notte, in attesa di Marc Bartra, che aveva un profondo taglio al polso. Il giorno dopo, qualcuno mi disse che un enorme frammento di scheggia si era conficcato nel poggiatesta del sedile accanto a Marc. Il mio solito posto".
Merino ha raccontato le emozioni della vittoria della Premier League con l'Arsenal. Tra i temi affrontati c'è anche lo sfottò del tifoso del Manchester City e della bottiglietta, riguardo il quale ha detto di aver fatto una risata. "Eravamo dei “bottlers”. Sempre secondi. Secondi, secondi, secondi. Noiosi. Una squadra da calci piazzati. Incapaci di segnare in azione. Incapaci di reggere la pressione. Quando mettevano in dubbio la nostra professionalità, ci stringevamo ancora di più".
E su Arteta ha dichiarato: "La cultura che abbiamo oggi la dobbiamo a lui. Anche quando il mondo si aspettava che crollassimo, ero sicuro che il titolo sarebbe stato nostro".
Merino si è soffermato sul momento della convocazione con la Spagna per i Mondiali: "Ho acceso la TV spagnola. La federazione aveva realizzato questo video fantastico sul fatto che la nazionale appartiene al popolo, quindi Luis non stava leggendo i nomi. Aveva riservato quell’onore agli eroi quotidiani spagnoli. Ero seduto sul divano e continuavo a ripetere: 'Per favore, per favore, per favore...' ".
Quando è comparso il suo nome, Mikel non ha trattenuto la gioia: "Ho abbracciato Lola. Ho baciato Marco. Il mio telefono è stato sommerso dai messaggi. Stavo per andare ai Mondiali". L'avventura in America è stata un successo: "Volevo essere lì, volevo essere importante".
Il lungo viaggio di Merino si è concluso con alcuni fotogrammi del giocatore, per sempre impressi nella sua memoria: "La cosa più bella di questa finale è stata che ci siamo dimenticati che si trattava di una finale. Abbiamo semplicemente giocato. I nostri ragazzi sono così sicuri di sé da sembrare quasi distaccati dalla realtà. Lo ammiro davvero. Vivono nel loro mondo, dove la pressione è solo chiacchiere e la partita è solo una partita, come se fossero ancora bambini. Questo è il modo migliore di giocare".