Cesc Fàbregas è tra gli ospiti del Festival dello Sport di Trento. L'allenatore del Como è intervenuto per raccontare il suo percorso nel calcio, dalla lunga carriera da calciatore alla nuova vita in panchina, soffermandosi anche sulla scelta che lo ha portato sulla panchina del club biancoblù. Una decisione arrivata quasi d'istinto e che, a distanza di anni, ha dato vita a un progetto in continua evoluzione. Fàbregas ha ripercorso la nascita del suo rapporto con il Como e con la città, spiegando cosa lo abbia convinto ad accettare una sfida che inizialmente non aveva messo in cima alle proprie priorità.
"È un piacere essere qua. È un evento fantastico, non solo di calcio, ma di sport". Fàbregas ha poi raccontato come sia nata la sua avventura in riva al lago: "Il progetto con il Como è iniziato in modo strano. Il contratto con il Monaco era terminato e avevo qualche proposta. Quando ho parlato con il Como e mi hanno spiegato il progetto, ho sentito che era la scelta giusta. A volte prendi le decisioni di pancia".
C'è anche un curioso retroscena legato al rapporto con Como, città che Fàbregas frequentava già prima di entrare nel mondo del club: "Io andavo tante volte a Como con mia moglie e la mia famiglia e non sapevo che esistesse una squadra di calcio". La conoscenza del progetto lo ha spinto ad approfondire anche la storia della società e il rapporto con il territorio: "Quando mi hanno presentato il progetto ho iniziato a studiare la storia e il legame con città e tifosi". Un percorso che, secondo lo spagnolo, ha portato a una trasformazione profonda: "In questi anni c'è stata una trasformazione a 360 gradi".
La crescita del Como passa anche dalla capacità di coinvolgere sempre più persone: "Adesso sono i VIP che chiedono i biglietti per venire. Significa che la squadra sta proseguendo per la strada giusta". Fàbregas ha quindi spiegato cosa significhi, per lui, giocare bene: "L'importante è come si fa qualcosa, la convinzione che si ha nel farlo".
Alla base del progetto c'è stata anche una visione condivisa con la società, a partire dall'idea di valorizzare il territorio attraverso un calcio propositivo: "Parlando con il presidente, lui era più concentrato sul turismo e il marketing. Per avere più turismo serviva un gioco propositivo. Più bello è il calcio, più invoglia la gente". Da quella riflessione è partito un percorso preciso: "Questo è stato l'inizio. Poi ho inserito nuove figure nello staff, giocatori adatti. E abbiamo costruito un'identità".
Prima di ogni partita, Fàbregas parte da una domanda che considera fondamentale: "Come voglio perdere? Voglio perdere con la mia e le nostre idee. Perché se perdi una partita che hai giocato con un'idea diversa dalla tua, la sconfitta è doppia". La preparazione, dunque, deve rimanere fedele ai principi della squadra: "Prepariamo la partita con le nostre idee, filosofia, identità. Poi si gioca. Ci sono volte che l'altra squadra è migliore di te. E intanto si migliora".
Tra i giocatori simbolo di questo percorso c'è poi Da Cunha come esempio della mentalità richiesta dal progetto: "Il merito è di Da Cunha, ha una mentalità e una fame incredibile". Una caratteristica ricercata anche sul mercato: "Quando parlavo con Ludi e Suwarso dicevo sempre che volevo giocatori giovani con fame e la voglia di arrivare al Real e Barcellona". E il principio è chiaro: "Preferisco un giocatore con meno talento ma con una grande fame, che vuole fare una carriera incredibile, piuttosto che uno che ha già fatto la sua carriera e ha guadagnato i suoi soldi".
La costruzione della squadra richiede un lavoro costante anche fuori dal campo: "Il processo di scouting è lungo. Facciamo molte riunioni durante la stagione per pensare a chi prendere la stagione successiva, in anticipo di sei mesi". Fàbregas ha poi sottolineato il lavoro della dirigenza, in particolare quello di Ludi: "Anche Ludi sta facendo un lavoro incredibile. In un mercato ha fatto 31 operazioni". Una situazione che porta a un ricambio continuo: "Ogni sei mesi ci sono 15 trasferimenti in entrata o in uscita. Anche per me e lo staff non è semplice, dover cambiare sempre i giocatori non è semplice".
Il lavoro di Fàbregas non si limita alla preparazione sul campo. Prima di ogni gara presenta alla società la propria idea della partita e, una volta terminata, ne verifica lo sviluppo: "Presento un piano di come penso che andrà la partita alla società. Poi a fine partita controllo come sia andata". Un metodo legato anche alla volontà di coinvolgere la proprietà nel progetto: "Siamo una società nuova e giovane. Con il presidente abbiamo avuto l'idea di provare a far capire ai proprietari in cosa e perché stanno investendo. Così questo piano vuole far capire loro le idee, gli obiettivi, la filosofia. Non solo vedere la partita, ma capire cosa c'è dietro".
Dopo il novantesimo, il lavoro prosegue con un'analisi dettagliata della gara: "Finita la partita facciamo un'analisi tattica e strutturale di com'è andata, cosa hanno fatto gli avversari". Un approccio che, secondo Fàbregas, è cambiato profondamente rispetto ai suoi anni da calciatore: "Rispetto a quando ero giocatore l'analisi delle partite è aumentata molto. Ho uno staff davvero forte che mi dà consigli e mi aiuta".
Il primo vero contatto con questo nuovo modo di intendere il calcio è arrivato durante la sua esperienza al Chelsea: "La prima volta che ho visto che il calcio stava cambiando è stato quando ho incontrato Conte al Chelsea". Fàbregas aveva già una lunga esperienza alle spalle: "Avevo 29 anni, avevo già vinto tanto". Il confronto con allenatori come Wenger e Del Bosque gli aveva mostrato un approccio diverso, ma con Conte scoprì quanto potesse essere importante il lavoro sul dettaglio: "Wenger, per esempio, non lavorava tanto sulla tattica, sugli individuali e così via, anche se è stato uno dei migliori al mondo. Lo stesso Del Bosque. Ma non c'erano tutte le informazioni che sono arrivate dopo".
L'impatto con i metodi di Conte non fu immediatamente semplice: "Con Conte ho conosciuto questo cambiamento. Era attento al dettaglio. All'inizio per me era pesante e sorprendente. Non capivo perché uno dovesse dirmi dove passare la palla, non l'aveva mai fatto nessuno". Poi un episodio gli fece capire quanto fosse diversa quella metodologia: "Dopo 10 giorni di ritiro, il terzino mi passa la palla, di prima lancio Diego Costa e segna. Pensavo andasse bene. A fine partita si è messo a urlare dicendo che le cose andavano fatte diversamente e ho iniziato a pensare di fare l'allenatore durante il Covid".
Fàbregas ha poi spiegato di guardare al proprio lavoro anche oltre i trofei conquistati: "Analizzo molto le cose. So che di un allenatore alla fine della carriera si contano i trofei. Ma per esempio Da Cunha per me è una vittoria più grande di un trofeo". La crescita dei suoi giocatori rappresenta infatti una delle principali soddisfazioni del suo percorso: "So che tanti giocatori giovani sono venuti a Como per me. Questo è un orgoglio. Nico Paz è venuto qui perché suo padre ha messo la fiducia in me. Come Perrone, Valle, Da Cunha e altri. Per me questi sono degli scudetti".
Una fiducia che Fàbregas sente anche come una responsabilità: "Io mi sento in debito nei loro confronti. Si sono fidati di me, io devo dare tutto a loro. Poi sono molto esigente con loro, ma devo dare tutto a loro". L'allenatore ha quindi allargato il discorso alla necessità di concedere tempo ai progetti: "Siamo in un calcio in cui non viene dato tempo. Guardate Arteta. Lui e l'Arsenal sono lì perché hanno avuto la forza di aspettare. Sono arrivati ottavi e quinti, ora finale di Champions e Premier vinta".
È proprio la continuità del progetto uno degli aspetti su cui Fàbregas insiste maggiormente: "Qui a Como abbiamo una visione, un'idea chiara, il rispetto per il lavoro che viene fatto da tutti. Questa unione non esiste da altre parti. E preferisco crescere qua, valorizzare questi giocatori, far crescere un'identità del club". L'obiettivo è costruire qualcosa che possa andare oltre la sua stessa presenza: "Vogliamo che se un giorno andrò via da Como, arrivi qualcuno che porti gli stessi valori, stile, identità".
Per Fàbregas, dunque, i risultati non si misurano soltanto attraverso ciò che finisce in bacheca: "Dobbiamo fare passi in avanti ogni giorno. Ci sono vittorie che non si vedono e che sono più importanti di altre".
Anche la gestione delle partite fa parte del percorso di crescita che il Como dovrà affrontare: "Dopo la partita di Champions ho capito che ci sono partite in cui si deve motivare meno e altre di più. Questo è qualcosa che tra tre o quattro anni voglio far cambiare. Perché ogni partita deve essere affrontata con la stessa motivazione e voglia, come la partita della vita". Una convinzione che parte da un principio preciso: "Per come penso io il calcio, ogni partita è uguale. Per me non esiste che un giocatore preferisca giocare una o l'altra partita, gioca chi sta meglio".
Fàbregas ha poi affrontato anche il tema della presenza dei giocatori italiani nel progetto Como, partendo dal confronto tra le diverse stagioni: "Le uniche due partite in cui un italiano ha giocato lo scorso anno a Como sono state Como-Fiorentina e Como-Pisa". L'allenatore ha però invitato a guardare al percorso del club nel suo insieme: "Dobbiamo capire tante cose. Abbiamo vinto la Serie B con il 95% di italiani. Nella prima stagione in Serie A c'erano diversi giocatori italiani. È vero che lo scorso anno, a parte Goldaniga, non c'erano altri italiani, ma non si può giudicare un club e uno staff per una stagione". Fàbregas ha quindi citato alcuni dei giovani italiani che considera esempi del talento disponibile: "Fagioli, Tonali, Esposito tra i tanti sono giocatori forti che valgono tanti soldi. Pensate che Palestra a me non piace? Certo, ma costa 70 milioni".
La volontà di puntare sui giovani italiani passa anche dalla crescita del settore giovanile: "Stiamo creando una nostra accademia che è solo da due anni che ha iniziato ad avere una struttura giusta. Ci vuole tempo per formare con la nostra identità". Il lavoro è già iniziato con diversi ragazzi inseriti nei vari gruppi: "Oggi abbiamo tre giocatori con l'U16, tre con l'U17, tre con l'U18 e così via. Vogliamo formarli nel tempo".
Tra i giovani arrivati a Como c'è anche Mattia Liberali, scelto non per la sua nazionalità ma per le sue caratteristiche: "Quando ho parlato con lui gli ho detto chiaramente che non lo prendevamo perché è italiano, ma per il suo gioco, qualità, carattere, personalità". L'allenatore sa che il percorso richiederà pazienza: "Sa che dovrà lavorare perché al momento ha davanti giocatori forti. Ma se cresce sa che a me non interessa nulla dell'età. Chi merita gioca".
Fàbregas ha poi raccontato il suo legame con il nostro Paese: "Io mi sento italiano, le vacanze le ho fatte in Italia, sono stato due giorni a Taormina". E anche sul piano calcistico l'obiettivo è ora quello di contribuire alla formazione di nuovi talenti italiani: "Ora stiamo provando a formare anche dei calciatori italiani". La direzione è quella di sviluppare giocatori capaci di comprendere il gioco: "Vogliamo formare giocatori intelligenti, di talento, che sanno riconoscere lo spazio, il tempo, il movimento dei compagni".
Tra gli esempi portati da Fàbregas c'è infine un giovane dell'accademia: "Dopo due allenamenti ho chiamato Roberts, che segue l'accademia, e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto vederlo tutti gli allenamenti con noi per capire come avrebbe reagito".
di Napoli Magazine
04/10/2026 - 17:48
Cesc Fàbregas è tra gli ospiti del Festival dello Sport di Trento. L'allenatore del Como è intervenuto per raccontare il suo percorso nel calcio, dalla lunga carriera da calciatore alla nuova vita in panchina, soffermandosi anche sulla scelta che lo ha portato sulla panchina del club biancoblù. Una decisione arrivata quasi d'istinto e che, a distanza di anni, ha dato vita a un progetto in continua evoluzione. Fàbregas ha ripercorso la nascita del suo rapporto con il Como e con la città, spiegando cosa lo abbia convinto ad accettare una sfida che inizialmente non aveva messo in cima alle proprie priorità.
"È un piacere essere qua. È un evento fantastico, non solo di calcio, ma di sport". Fàbregas ha poi raccontato come sia nata la sua avventura in riva al lago: "Il progetto con il Como è iniziato in modo strano. Il contratto con il Monaco era terminato e avevo qualche proposta. Quando ho parlato con il Como e mi hanno spiegato il progetto, ho sentito che era la scelta giusta. A volte prendi le decisioni di pancia".
C'è anche un curioso retroscena legato al rapporto con Como, città che Fàbregas frequentava già prima di entrare nel mondo del club: "Io andavo tante volte a Como con mia moglie e la mia famiglia e non sapevo che esistesse una squadra di calcio". La conoscenza del progetto lo ha spinto ad approfondire anche la storia della società e il rapporto con il territorio: "Quando mi hanno presentato il progetto ho iniziato a studiare la storia e il legame con città e tifosi". Un percorso che, secondo lo spagnolo, ha portato a una trasformazione profonda: "In questi anni c'è stata una trasformazione a 360 gradi".
La crescita del Como passa anche dalla capacità di coinvolgere sempre più persone: "Adesso sono i VIP che chiedono i biglietti per venire. Significa che la squadra sta proseguendo per la strada giusta". Fàbregas ha quindi spiegato cosa significhi, per lui, giocare bene: "L'importante è come si fa qualcosa, la convinzione che si ha nel farlo".
Alla base del progetto c'è stata anche una visione condivisa con la società, a partire dall'idea di valorizzare il territorio attraverso un calcio propositivo: "Parlando con il presidente, lui era più concentrato sul turismo e il marketing. Per avere più turismo serviva un gioco propositivo. Più bello è il calcio, più invoglia la gente". Da quella riflessione è partito un percorso preciso: "Questo è stato l'inizio. Poi ho inserito nuove figure nello staff, giocatori adatti. E abbiamo costruito un'identità".
Prima di ogni partita, Fàbregas parte da una domanda che considera fondamentale: "Come voglio perdere? Voglio perdere con la mia e le nostre idee. Perché se perdi una partita che hai giocato con un'idea diversa dalla tua, la sconfitta è doppia". La preparazione, dunque, deve rimanere fedele ai principi della squadra: "Prepariamo la partita con le nostre idee, filosofia, identità. Poi si gioca. Ci sono volte che l'altra squadra è migliore di te. E intanto si migliora".
Tra i giocatori simbolo di questo percorso c'è poi Da Cunha come esempio della mentalità richiesta dal progetto: "Il merito è di Da Cunha, ha una mentalità e una fame incredibile". Una caratteristica ricercata anche sul mercato: "Quando parlavo con Ludi e Suwarso dicevo sempre che volevo giocatori giovani con fame e la voglia di arrivare al Real e Barcellona". E il principio è chiaro: "Preferisco un giocatore con meno talento ma con una grande fame, che vuole fare una carriera incredibile, piuttosto che uno che ha già fatto la sua carriera e ha guadagnato i suoi soldi".
La costruzione della squadra richiede un lavoro costante anche fuori dal campo: "Il processo di scouting è lungo. Facciamo molte riunioni durante la stagione per pensare a chi prendere la stagione successiva, in anticipo di sei mesi". Fàbregas ha poi sottolineato il lavoro della dirigenza, in particolare quello di Ludi: "Anche Ludi sta facendo un lavoro incredibile. In un mercato ha fatto 31 operazioni". Una situazione che porta a un ricambio continuo: "Ogni sei mesi ci sono 15 trasferimenti in entrata o in uscita. Anche per me e lo staff non è semplice, dover cambiare sempre i giocatori non è semplice".
Il lavoro di Fàbregas non si limita alla preparazione sul campo. Prima di ogni gara presenta alla società la propria idea della partita e, una volta terminata, ne verifica lo sviluppo: "Presento un piano di come penso che andrà la partita alla società. Poi a fine partita controllo come sia andata". Un metodo legato anche alla volontà di coinvolgere la proprietà nel progetto: "Siamo una società nuova e giovane. Con il presidente abbiamo avuto l'idea di provare a far capire ai proprietari in cosa e perché stanno investendo. Così questo piano vuole far capire loro le idee, gli obiettivi, la filosofia. Non solo vedere la partita, ma capire cosa c'è dietro".
Dopo il novantesimo, il lavoro prosegue con un'analisi dettagliata della gara: "Finita la partita facciamo un'analisi tattica e strutturale di com'è andata, cosa hanno fatto gli avversari". Un approccio che, secondo Fàbregas, è cambiato profondamente rispetto ai suoi anni da calciatore: "Rispetto a quando ero giocatore l'analisi delle partite è aumentata molto. Ho uno staff davvero forte che mi dà consigli e mi aiuta".
Il primo vero contatto con questo nuovo modo di intendere il calcio è arrivato durante la sua esperienza al Chelsea: "La prima volta che ho visto che il calcio stava cambiando è stato quando ho incontrato Conte al Chelsea". Fàbregas aveva già una lunga esperienza alle spalle: "Avevo 29 anni, avevo già vinto tanto". Il confronto con allenatori come Wenger e Del Bosque gli aveva mostrato un approccio diverso, ma con Conte scoprì quanto potesse essere importante il lavoro sul dettaglio: "Wenger, per esempio, non lavorava tanto sulla tattica, sugli individuali e così via, anche se è stato uno dei migliori al mondo. Lo stesso Del Bosque. Ma non c'erano tutte le informazioni che sono arrivate dopo".
L'impatto con i metodi di Conte non fu immediatamente semplice: "Con Conte ho conosciuto questo cambiamento. Era attento al dettaglio. All'inizio per me era pesante e sorprendente. Non capivo perché uno dovesse dirmi dove passare la palla, non l'aveva mai fatto nessuno". Poi un episodio gli fece capire quanto fosse diversa quella metodologia: "Dopo 10 giorni di ritiro, il terzino mi passa la palla, di prima lancio Diego Costa e segna. Pensavo andasse bene. A fine partita si è messo a urlare dicendo che le cose andavano fatte diversamente e ho iniziato a pensare di fare l'allenatore durante il Covid".
Fàbregas ha poi spiegato di guardare al proprio lavoro anche oltre i trofei conquistati: "Analizzo molto le cose. So che di un allenatore alla fine della carriera si contano i trofei. Ma per esempio Da Cunha per me è una vittoria più grande di un trofeo". La crescita dei suoi giocatori rappresenta infatti una delle principali soddisfazioni del suo percorso: "So che tanti giocatori giovani sono venuti a Como per me. Questo è un orgoglio. Nico Paz è venuto qui perché suo padre ha messo la fiducia in me. Come Perrone, Valle, Da Cunha e altri. Per me questi sono degli scudetti".
Una fiducia che Fàbregas sente anche come una responsabilità: "Io mi sento in debito nei loro confronti. Si sono fidati di me, io devo dare tutto a loro. Poi sono molto esigente con loro, ma devo dare tutto a loro". L'allenatore ha quindi allargato il discorso alla necessità di concedere tempo ai progetti: "Siamo in un calcio in cui non viene dato tempo. Guardate Arteta. Lui e l'Arsenal sono lì perché hanno avuto la forza di aspettare. Sono arrivati ottavi e quinti, ora finale di Champions e Premier vinta".
È proprio la continuità del progetto uno degli aspetti su cui Fàbregas insiste maggiormente: "Qui a Como abbiamo una visione, un'idea chiara, il rispetto per il lavoro che viene fatto da tutti. Questa unione non esiste da altre parti. E preferisco crescere qua, valorizzare questi giocatori, far crescere un'identità del club". L'obiettivo è costruire qualcosa che possa andare oltre la sua stessa presenza: "Vogliamo che se un giorno andrò via da Como, arrivi qualcuno che porti gli stessi valori, stile, identità".
Per Fàbregas, dunque, i risultati non si misurano soltanto attraverso ciò che finisce in bacheca: "Dobbiamo fare passi in avanti ogni giorno. Ci sono vittorie che non si vedono e che sono più importanti di altre".
Anche la gestione delle partite fa parte del percorso di crescita che il Como dovrà affrontare: "Dopo la partita di Champions ho capito che ci sono partite in cui si deve motivare meno e altre di più. Questo è qualcosa che tra tre o quattro anni voglio far cambiare. Perché ogni partita deve essere affrontata con la stessa motivazione e voglia, come la partita della vita". Una convinzione che parte da un principio preciso: "Per come penso io il calcio, ogni partita è uguale. Per me non esiste che un giocatore preferisca giocare una o l'altra partita, gioca chi sta meglio".
Fàbregas ha poi affrontato anche il tema della presenza dei giocatori italiani nel progetto Como, partendo dal confronto tra le diverse stagioni: "Le uniche due partite in cui un italiano ha giocato lo scorso anno a Como sono state Como-Fiorentina e Como-Pisa". L'allenatore ha però invitato a guardare al percorso del club nel suo insieme: "Dobbiamo capire tante cose. Abbiamo vinto la Serie B con il 95% di italiani. Nella prima stagione in Serie A c'erano diversi giocatori italiani. È vero che lo scorso anno, a parte Goldaniga, non c'erano altri italiani, ma non si può giudicare un club e uno staff per una stagione". Fàbregas ha quindi citato alcuni dei giovani italiani che considera esempi del talento disponibile: "Fagioli, Tonali, Esposito tra i tanti sono giocatori forti che valgono tanti soldi. Pensate che Palestra a me non piace? Certo, ma costa 70 milioni".
La volontà di puntare sui giovani italiani passa anche dalla crescita del settore giovanile: "Stiamo creando una nostra accademia che è solo da due anni che ha iniziato ad avere una struttura giusta. Ci vuole tempo per formare con la nostra identità". Il lavoro è già iniziato con diversi ragazzi inseriti nei vari gruppi: "Oggi abbiamo tre giocatori con l'U16, tre con l'U17, tre con l'U18 e così via. Vogliamo formarli nel tempo".
Tra i giovani arrivati a Como c'è anche Mattia Liberali, scelto non per la sua nazionalità ma per le sue caratteristiche: "Quando ho parlato con lui gli ho detto chiaramente che non lo prendevamo perché è italiano, ma per il suo gioco, qualità, carattere, personalità". L'allenatore sa che il percorso richiederà pazienza: "Sa che dovrà lavorare perché al momento ha davanti giocatori forti. Ma se cresce sa che a me non interessa nulla dell'età. Chi merita gioca".
Fàbregas ha poi raccontato il suo legame con il nostro Paese: "Io mi sento italiano, le vacanze le ho fatte in Italia, sono stato due giorni a Taormina". E anche sul piano calcistico l'obiettivo è ora quello di contribuire alla formazione di nuovi talenti italiani: "Ora stiamo provando a formare anche dei calciatori italiani". La direzione è quella di sviluppare giocatori capaci di comprendere il gioco: "Vogliamo formare giocatori intelligenti, di talento, che sanno riconoscere lo spazio, il tempo, il movimento dei compagni".
Tra gli esempi portati da Fàbregas c'è infine un giovane dell'accademia: "Dopo due allenamenti ho chiamato Roberts, che segue l'accademia, e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto vederlo tutti gli allenamenti con noi per capire come avrebbe reagito".