“Farò pace con me stesso”. Diego Armando Maradona Junior non ha bisogno di presentazioni, ma stava per vivere una sensazione strana: giocare con la maglia numero 10 nello stadio che porta il nome del suo papà. Non c'era mai riuscito ai tempi del settore giovanile del Napoli, e pensare che avrebbe potuto farlo nel 2003, quando la 10 era ancora disponibile l’anno prima del fallimento.
Lo ha fatto nella "Notte dei Leoni" con le Napoli Legends. Accanto al calcio, grande spazio alla componente sociale: l’evento è stato legato a iniziative di beneficenza sul territorio campano, con fondi destinati alla ricostruzione del Teatro del Carcere Minorile di Nisida e al sostegno della Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nell’assistenza pediatrica.
Diego Armando Maradona Junior si è raccontato ai microfoni di CalcioNapoli24 TV dal Grand Hotel Serapide, ripercorrendo le tappe principali della sua vita, che poi all’interno di una sola, in 39 anni, ne ha vissute tante, tantissime. Di seguito le sue dichiarazioni.
Innanzitutto, noi siamo qui per “La Notte dei Leoni”, questa serata allo stadio Diego Armando Maradona per Nisida, per il teatro del carcere minorile di Nisida e per l’ospedale Santobono Pausilipon. Tornare sul campo, su quello che poteva essere il tuo campo tanti anni addietro, che sensazione è, considerando anche il fine benefico?
“È normale che facciamo questo per un fine nobile e sono felice di poter apportare il mio piccolo contributo per queste cose. Io credo che noi persone, fra virgolette, un po’ più in vista abbiamo degli obblighi nei riguardi della società, della gente, e questo è uno di quelli, secondo me: essere presenti in queste manifestazioni. Poi si gioca. Io non ho mai avuto il piacere, io ho sempre avuto il sogno di poter giocare in quello stadio e , a 39 anni e mezzo, pure se faccio comunque posso dire che ho giocato in quello stadio. Davanti a 45.000 persone sarà una cosa… non so se dormirò, però è bello, è emozionante. Ci saranno i miei figli, è una cosa bella".
Ma sarebbe la tua prima volta, considerando che poi tu con il Napoli hai avuto anche un passato nel settore giovanile.
"Sì. Noi, quando io giocavo con tutta la trafila delle giovanili, non abbiamo mai giocato all’allora San Paolo. Io ho avuto la fortuna di avere una convocazione con la prima squadra, ma era a Pescara, quindi dovevamo giocare fuori casa. Poi non giocammo quella partita, però sì, è la prima volta".
Raccontaci un attimo questa convocazione della prima squadra. Era, se non sbaglio, l’estate del 2003.
"Sì, del 2003. L’anno che poi avrebbe portato al fallimento del Napoli e a inizio stagione ci furono dei problemi in Lega. Noi ci presentammo allo stadio a Pescara e non giocammo quella partita. Io ero anche tra gli undici titolari, quindi mi potevo pure atteggià, diciamo, che avevo giocato una partita da titolare col Napoli, con la prima squadra. Però poi non si giocò quella partita e niente, mi è rimasto un grande rimpianto".
Quella partita, peraltro, nel 2003: c’erano ancora tutti i numeri di maglia disponibili.
"Avrei giocato con la 10".
Ti è capitato di averla tra le mani?
"Sì, sì. Noi ci presentammo, ripeto, la partita non si giocò, però avevamo tutto".
Quella 10 con la scritta Maradona ce l’hai ancora?
"Lo sai che quella maglia io ce l’avevo? Poi io tutte le maglie con le quali ho giocato le ho regalate a mio nonno, quindi ce l’ha mio nonno quella maglietta. È parecchio tempo pure che non la vedo, tra l’altro magari l’ha regalata a qualcuno".
Che sensazione era vedere quella maglia?
"La sensazione è bella vedere quel bellissimo numero, perché forse poteva essere un continuo… con tutto il rispetto, io non ci azzecco proprio niente con lui, però poteva essere un continuo bello. Però poi io sono contento che l’abbiano ritirata".
Tu hai fatto tutto il settore giovanile nel Napoli, dal ’97 al 2004. Il fatto di essere Diego Junior, anche tra i ragazzi che facevano il settore giovanile, cambiava la percezione?
"Ma guarda, io dico sempre: io ero Diego Maradona per gli altri, per i miei compagni ero Diego. Non ho mai avuto nessun tipo di problema con i miei compagni, anzi al contrario. Noi dell’86 abbiamo ancora un gruppo, continuiamo a parlare, ci vediamo e ci sentiamo, abbiamo un bel rapporto. La percezione per me non è mai cambiata. A me piaceva giocare a calcio, giocavo a calcio, mi divertivo e lo facevo con la maglia della mia città, quindi per me era meraviglioso".
Ci racconti come mister Agostinelli disse le convocazioni per quel Pescara-Napoli?
"No, io scoprii tutto perché non ce lo dissero. Arrivammo al campo e ci dissero che non si sarebbero presentati. La formazione non la dissero, però io vidi la distinta. Il segretario mi fece vedere la distinta".
Quando vedesti il tuo nome?
"Mamma mia… non te lo dico quello che pensai. Però so’ sfortunato, mettiamola così. Fui sfortunato per quella partita".
Quell’annata lì, anche facendo parte del settore giovanile, eri comunque a contatto con la prima squadra e ti rendevi conto dei problemi societari che c’erano.
"Io sono stato un po’ sfortunato sotto questo punto di vista, perché ho vissuto praticamente l’epoca peggiore: l’ultimissima parte di Ferlaino, poi Corbelli, Naldi. Noi ragazzi dell’86 diciamo sempre che quando andammo a fare un torneo a Marsiglia ci sembrava di aver vinto la Champions. Mo’ i ragazzi la giocano la Champions..."
Perché quel torneo lo vinceste o perché sembrava già incredibile essere lì?
"Perché era fuori da Napoli. Per noi uscire fuori da Napoli era una cosa incredibile. Già vincevamo uscendo fuori da Napoli. Poi i tempi cambiano, non siamo stati fortunatissimi come epoca, mettiamola così. Però ci ha lasciato un grande rapporto".
E poi il calcio arriva a un certo punto che non ce la fai più a giocare, quindi restano i rapporti umani.
"Quelli sono stati rapporti umani belli, importanti".
Chi ti ha scritto che vai in campo? Magari vai anche per loro.
"No, lo sanno. Magari qualcuno che è qui a Napoli viene pure. Però è bello perché, da un lato, li porto tutti con me in campo. Noi siamo sempre stati un grande gruppo e tutto quello che succede di bello a uno di noi diventa bello per tutti. Per esempio Pasquale Iadaresta fece l’esordio in Serie A col Siena e noi fummo felici tutti. Perché poi non è successo a molti di esordire in Serie A. Chi ha giocato in C, chi ha esordito in B, chi ha avuto una carriera tra i dilettanti… però siamo rimasti uniti".
Dopo il fallimento del 2004 ognuno di voi ha preso la propria strada e la tua poteva portarti in Scozia.
"L’anno dopo il fallimento per me è stato un anno folle. Avevo firmato con il Dunfermline, ero già lì. Poi mi venne un attacco di follia: dissi 'No, io in Scozia da solo non me la sento, tengo 18 anni, voglio… sei uno che fa l’esordio quest’anno' Poi la mia mente brillante mi disse di litigare con Torrente. Litigai con Torrente, che era allora l’allenatore della Primavera, e me ne scesi a Napoli. Un anno folle".
Tu come ci arrivi a quell’esperienza in Scozia, al Dunfermline?
"Io ero in vacanza al Circeo con la mia famiglia e mi chiama il mio procuratore, Gabriele Giuffrida, e mi dice: 'Abbiamo avuto un’offerta importante da questa squadra che fa la UEFA, l’Europa League'. Edimburgo è una città meravigliosa. Sai, se avessi avuto il cervello di adesso a quell’età, sarei rimasto lì per sempre. Perché era tutto quello che poteva essere di positivo per un ragazzo giovane".
l tuo cognome è mai stato un problema?
"Dal punto di vista umano è un problema per tutti, sempre. Nessuno mi guarda con occhi normali, anche se io sono un ragazzo normalissimo, ancor più normale dei ragazzi normali. Però purtroppo questa è la verità. Io mi porto un cognome dietro che è così: non passo inosservato, anche se dovrei passare inosservato. Perché l’amore che la gente ha è di riflesso a mio padre, non è per me. Dal punto di vista calcistico è stato sempre il doppio. Mi ricordo i direttori del Napoli che mi dicevano: 'Diego, noi il giovedì non ti convochiamo perché sennò arrivano tutti quanti qua, anche se tu te lo meriti'. È stato sempre così. Però io ci ho convissuto e ci convivo ancora oggi. Non me ne frega".
Che cosa significa per un ragazzo nato a Napoli arrivare al debutto con il Napoli?
"Io sono molto religioso e credo che Dio ci dà quello che è scritto nel nostro destino. Il mio più grande rimpianto è stato questo: non essere mai riuscito a fare l’esordio. Ci sono stato vicinissimo sempre, anche a Genova. Gli allenatori che mi hanno allenato hanno sempre detto che avevo le potenzialità per poterlo fare. Questo è l’unico mio grande rimpianto della mia vita".
Nel momento in cui il Napoli fallisce e arriva De Laurentiis…
“Io firmo con il Genoa a inizio settembre e il Napoli ancora non si era formato. Non si sapeva se lo prendeva De Laurentiis o qualcun altro. Io la motivazione più forte per cui me ne vado da Genova è perché allora il mio procuratore ebbe una promessa: 'Liberalo dal Genoa perché l’anno prossimo me lo riprendo'. Poi la promessa non fu mantenuta. Io è vero che il cervello non mi aiutava molto, però non avrei rinunciato a cinque anni di contratto a Genova per andarmene in Eccellenza. Però la società di allora non mantenne la promessa".
Hai parlato dell’errore più grande della tua carriera. Raccontaci come arrivi a quell’errore.
"Arrivo che il socio del mio procuratore dell’epoca approfittò del fatto che io non stavo più bene a Genova e invece di propormi altro mi spinse verso quella scelta. Gabriele Giuffrida non era d’accordo e mi disse: 'Non fare questa cosa perché ci roviniamo. Tu sei nell’orbita della prima squadra del Genoa, stanno vincendo il campionato di Serie B, ti fanno esordire, porta un poco di pazienza'. Invece l’altro mi tartassava perché mi voleva fare andare là e io presi la scelta sbagliata. Quell’esperienza lì, il Cervia, fu distruttiva per me. Non solo dal punto di vista calcistico, perché dalla Serie B, a un passo dall’esordio, me ne andai in Eccellenza. Poi quando sbagli, la vita te lo fa notare. Mi feci male, giocai poco. Disastro".
Ti sei mai sentito sfruttato per il tuo cognome?
"Ma questa è la mia vita. Io ho problemi sotto questo punto di vista in tutto, perché non so mai se la gente si avvicina perché mi vuole bene o perché vuole approfittare".
Anche nelle cose di tutti i giorni?
"Sì, sempre".
E questa forza interiore da dove ti viene?
"Se non mi fido più di nessuno che faccio? Non vivo. Devo per forza fidarmi di qualcuno. Non è semplice, ci vuole forza, ci vuole una stabilità mentale non indifferente. Però ci sono cose peggiori nella vita. Ho visto mio padre dentro una bara, quindi certe cose non mi fanno paura":
Ho una data: 4 luglio 2017. Era il ritorno di papà a Napoli e tu piangevi a dirotto mentre lui parlava in conferenza.
"Era un voler vivere quello che io non avevo avuto. Cercavo di ottimizzare il tempo. Poi mi emozionavo perché la più grande eredità che ci ha lasciato mio padre è l’amore della gente. Io vedevo che dopo tanti anni la città, la mia gente, aveva ancora quell’amore per papà e a me emozionava".
Ti capita di girare i posti di Napoli dedicati a tuo padre?
"Io al murales vado di notte. Sempre di notte. Metto la macchina in garage e ci vado piano, con la felpa col cappuccio. Perché me li voglio godere da solo. Su questo sono geloso. Voglio vivere e ricordare mio padre da solo. Poi il casino mi dà fastidio. Perché lui non era questo, non era business, non era tutto il casino che si è montato intorno. Non do colpa a nessuno, perché è giusto che ognuno faccia quello che sente, però io non voglio essere parte di questo".
Quando andavano via tutti, il papà Diego in casa com’era?
"Normale. Normalissimo. In questo era normale. Guardavamo le partite insieme, mangiavamo, bevevamo mate, ci allenavamo spesso, stavamo insieme, andavamo a giocare le partite di calcetto. Una persona normale".
Giocavate insieme o da avversari?
"Sempre insieme".
Chi faceva assist all’altro?
"Boh… però a me la prima idea appena arrivava la palla era darla a lui. Bellissimo. Io sono stato fortunato a poter condividere certe cose con lui".
E quando vai in campo con la 10?
"Non scendo in campo se non ho la 10, è semplice. Almeno dall’8 in poi".
Nel momento in cui metti quella maglia e scendi su quel terreno di gioco?
"Dalle sette di sera in poi sarà una giornata difficilissima per me. Sarò talmente emozionato che non riuscirò a godermela. Poi giocare con il Pocho, con Dries… Dries è il mio idolo. Sarà complicata".
Però riuscirai a sentirti in pace con il ragazzino che ha sognato tutto questo?
"Si chiude un cerchio per me . Finalmente giocare una partita al Maradona… si chiude un cerchio. Non ho giocato con la maglia del Napoli, quella che volevo io, però è come se si compisse un sogno".
Come se quel ragazzino trovasse pace.
"Sì, è una giusta definizione".
E quella maglia dove va a finire?
"A mio nonno..."
di Napoli Magazine
01/06/2026 - 16:50
“Farò pace con me stesso”. Diego Armando Maradona Junior non ha bisogno di presentazioni, ma stava per vivere una sensazione strana: giocare con la maglia numero 10 nello stadio che porta il nome del suo papà. Non c'era mai riuscito ai tempi del settore giovanile del Napoli, e pensare che avrebbe potuto farlo nel 2003, quando la 10 era ancora disponibile l’anno prima del fallimento.
Lo ha fatto nella "Notte dei Leoni" con le Napoli Legends. Accanto al calcio, grande spazio alla componente sociale: l’evento è stato legato a iniziative di beneficenza sul territorio campano, con fondi destinati alla ricostruzione del Teatro del Carcere Minorile di Nisida e al sostegno della Fondazione Santobono Pausilipon, impegnata nell’assistenza pediatrica.
Diego Armando Maradona Junior si è raccontato ai microfoni di CalcioNapoli24 TV dal Grand Hotel Serapide, ripercorrendo le tappe principali della sua vita, che poi all’interno di una sola, in 39 anni, ne ha vissute tante, tantissime. Di seguito le sue dichiarazioni.
Innanzitutto, noi siamo qui per “La Notte dei Leoni”, questa serata allo stadio Diego Armando Maradona per Nisida, per il teatro del carcere minorile di Nisida e per l’ospedale Santobono Pausilipon. Tornare sul campo, su quello che poteva essere il tuo campo tanti anni addietro, che sensazione è, considerando anche il fine benefico?
“È normale che facciamo questo per un fine nobile e sono felice di poter apportare il mio piccolo contributo per queste cose. Io credo che noi persone, fra virgolette, un po’ più in vista abbiamo degli obblighi nei riguardi della società, della gente, e questo è uno di quelli, secondo me: essere presenti in queste manifestazioni. Poi si gioca. Io non ho mai avuto il piacere, io ho sempre avuto il sogno di poter giocare in quello stadio e , a 39 anni e mezzo, pure se faccio comunque posso dire che ho giocato in quello stadio. Davanti a 45.000 persone sarà una cosa… non so se dormirò, però è bello, è emozionante. Ci saranno i miei figli, è una cosa bella".
Ma sarebbe la tua prima volta, considerando che poi tu con il Napoli hai avuto anche un passato nel settore giovanile.
"Sì. Noi, quando io giocavo con tutta la trafila delle giovanili, non abbiamo mai giocato all’allora San Paolo. Io ho avuto la fortuna di avere una convocazione con la prima squadra, ma era a Pescara, quindi dovevamo giocare fuori casa. Poi non giocammo quella partita, però sì, è la prima volta".
Raccontaci un attimo questa convocazione della prima squadra. Era, se non sbaglio, l’estate del 2003.
"Sì, del 2003. L’anno che poi avrebbe portato al fallimento del Napoli e a inizio stagione ci furono dei problemi in Lega. Noi ci presentammo allo stadio a Pescara e non giocammo quella partita. Io ero anche tra gli undici titolari, quindi mi potevo pure atteggià, diciamo, che avevo giocato una partita da titolare col Napoli, con la prima squadra. Però poi non si giocò quella partita e niente, mi è rimasto un grande rimpianto".
Quella partita, peraltro, nel 2003: c’erano ancora tutti i numeri di maglia disponibili.
"Avrei giocato con la 10".
Ti è capitato di averla tra le mani?
"Sì, sì. Noi ci presentammo, ripeto, la partita non si giocò, però avevamo tutto".
Quella 10 con la scritta Maradona ce l’hai ancora?
"Lo sai che quella maglia io ce l’avevo? Poi io tutte le maglie con le quali ho giocato le ho regalate a mio nonno, quindi ce l’ha mio nonno quella maglietta. È parecchio tempo pure che non la vedo, tra l’altro magari l’ha regalata a qualcuno".
Che sensazione era vedere quella maglia?
"La sensazione è bella vedere quel bellissimo numero, perché forse poteva essere un continuo… con tutto il rispetto, io non ci azzecco proprio niente con lui, però poteva essere un continuo bello. Però poi io sono contento che l’abbiano ritirata".
Tu hai fatto tutto il settore giovanile nel Napoli, dal ’97 al 2004. Il fatto di essere Diego Junior, anche tra i ragazzi che facevano il settore giovanile, cambiava la percezione?
"Ma guarda, io dico sempre: io ero Diego Maradona per gli altri, per i miei compagni ero Diego. Non ho mai avuto nessun tipo di problema con i miei compagni, anzi al contrario. Noi dell’86 abbiamo ancora un gruppo, continuiamo a parlare, ci vediamo e ci sentiamo, abbiamo un bel rapporto. La percezione per me non è mai cambiata. A me piaceva giocare a calcio, giocavo a calcio, mi divertivo e lo facevo con la maglia della mia città, quindi per me era meraviglioso".
Ci racconti come mister Agostinelli disse le convocazioni per quel Pescara-Napoli?
"No, io scoprii tutto perché non ce lo dissero. Arrivammo al campo e ci dissero che non si sarebbero presentati. La formazione non la dissero, però io vidi la distinta. Il segretario mi fece vedere la distinta".
Quando vedesti il tuo nome?
"Mamma mia… non te lo dico quello che pensai. Però so’ sfortunato, mettiamola così. Fui sfortunato per quella partita".
Quell’annata lì, anche facendo parte del settore giovanile, eri comunque a contatto con la prima squadra e ti rendevi conto dei problemi societari che c’erano.
"Io sono stato un po’ sfortunato sotto questo punto di vista, perché ho vissuto praticamente l’epoca peggiore: l’ultimissima parte di Ferlaino, poi Corbelli, Naldi. Noi ragazzi dell’86 diciamo sempre che quando andammo a fare un torneo a Marsiglia ci sembrava di aver vinto la Champions. Mo’ i ragazzi la giocano la Champions..."
Perché quel torneo lo vinceste o perché sembrava già incredibile essere lì?
"Perché era fuori da Napoli. Per noi uscire fuori da Napoli era una cosa incredibile. Già vincevamo uscendo fuori da Napoli. Poi i tempi cambiano, non siamo stati fortunatissimi come epoca, mettiamola così. Però ci ha lasciato un grande rapporto".
E poi il calcio arriva a un certo punto che non ce la fai più a giocare, quindi restano i rapporti umani.
"Quelli sono stati rapporti umani belli, importanti".
Chi ti ha scritto che vai in campo? Magari vai anche per loro.
"No, lo sanno. Magari qualcuno che è qui a Napoli viene pure. Però è bello perché, da un lato, li porto tutti con me in campo. Noi siamo sempre stati un grande gruppo e tutto quello che succede di bello a uno di noi diventa bello per tutti. Per esempio Pasquale Iadaresta fece l’esordio in Serie A col Siena e noi fummo felici tutti. Perché poi non è successo a molti di esordire in Serie A. Chi ha giocato in C, chi ha esordito in B, chi ha avuto una carriera tra i dilettanti… però siamo rimasti uniti".
Dopo il fallimento del 2004 ognuno di voi ha preso la propria strada e la tua poteva portarti in Scozia.
"L’anno dopo il fallimento per me è stato un anno folle. Avevo firmato con il Dunfermline, ero già lì. Poi mi venne un attacco di follia: dissi 'No, io in Scozia da solo non me la sento, tengo 18 anni, voglio… sei uno che fa l’esordio quest’anno' Poi la mia mente brillante mi disse di litigare con Torrente. Litigai con Torrente, che era allora l’allenatore della Primavera, e me ne scesi a Napoli. Un anno folle".
Tu come ci arrivi a quell’esperienza in Scozia, al Dunfermline?
"Io ero in vacanza al Circeo con la mia famiglia e mi chiama il mio procuratore, Gabriele Giuffrida, e mi dice: 'Abbiamo avuto un’offerta importante da questa squadra che fa la UEFA, l’Europa League'. Edimburgo è una città meravigliosa. Sai, se avessi avuto il cervello di adesso a quell’età, sarei rimasto lì per sempre. Perché era tutto quello che poteva essere di positivo per un ragazzo giovane".
l tuo cognome è mai stato un problema?
"Dal punto di vista umano è un problema per tutti, sempre. Nessuno mi guarda con occhi normali, anche se io sono un ragazzo normalissimo, ancor più normale dei ragazzi normali. Però purtroppo questa è la verità. Io mi porto un cognome dietro che è così: non passo inosservato, anche se dovrei passare inosservato. Perché l’amore che la gente ha è di riflesso a mio padre, non è per me. Dal punto di vista calcistico è stato sempre il doppio. Mi ricordo i direttori del Napoli che mi dicevano: 'Diego, noi il giovedì non ti convochiamo perché sennò arrivano tutti quanti qua, anche se tu te lo meriti'. È stato sempre così. Però io ci ho convissuto e ci convivo ancora oggi. Non me ne frega".
Che cosa significa per un ragazzo nato a Napoli arrivare al debutto con il Napoli?
"Io sono molto religioso e credo che Dio ci dà quello che è scritto nel nostro destino. Il mio più grande rimpianto è stato questo: non essere mai riuscito a fare l’esordio. Ci sono stato vicinissimo sempre, anche a Genova. Gli allenatori che mi hanno allenato hanno sempre detto che avevo le potenzialità per poterlo fare. Questo è l’unico mio grande rimpianto della mia vita".
Nel momento in cui il Napoli fallisce e arriva De Laurentiis…
“Io firmo con il Genoa a inizio settembre e il Napoli ancora non si era formato. Non si sapeva se lo prendeva De Laurentiis o qualcun altro. Io la motivazione più forte per cui me ne vado da Genova è perché allora il mio procuratore ebbe una promessa: 'Liberalo dal Genoa perché l’anno prossimo me lo riprendo'. Poi la promessa non fu mantenuta. Io è vero che il cervello non mi aiutava molto, però non avrei rinunciato a cinque anni di contratto a Genova per andarmene in Eccellenza. Però la società di allora non mantenne la promessa".
Hai parlato dell’errore più grande della tua carriera. Raccontaci come arrivi a quell’errore.
"Arrivo che il socio del mio procuratore dell’epoca approfittò del fatto che io non stavo più bene a Genova e invece di propormi altro mi spinse verso quella scelta. Gabriele Giuffrida non era d’accordo e mi disse: 'Non fare questa cosa perché ci roviniamo. Tu sei nell’orbita della prima squadra del Genoa, stanno vincendo il campionato di Serie B, ti fanno esordire, porta un poco di pazienza'. Invece l’altro mi tartassava perché mi voleva fare andare là e io presi la scelta sbagliata. Quell’esperienza lì, il Cervia, fu distruttiva per me. Non solo dal punto di vista calcistico, perché dalla Serie B, a un passo dall’esordio, me ne andai in Eccellenza. Poi quando sbagli, la vita te lo fa notare. Mi feci male, giocai poco. Disastro".
Ti sei mai sentito sfruttato per il tuo cognome?
"Ma questa è la mia vita. Io ho problemi sotto questo punto di vista in tutto, perché non so mai se la gente si avvicina perché mi vuole bene o perché vuole approfittare".
Anche nelle cose di tutti i giorni?
"Sì, sempre".
E questa forza interiore da dove ti viene?
"Se non mi fido più di nessuno che faccio? Non vivo. Devo per forza fidarmi di qualcuno. Non è semplice, ci vuole forza, ci vuole una stabilità mentale non indifferente. Però ci sono cose peggiori nella vita. Ho visto mio padre dentro una bara, quindi certe cose non mi fanno paura":
Ho una data: 4 luglio 2017. Era il ritorno di papà a Napoli e tu piangevi a dirotto mentre lui parlava in conferenza.
"Era un voler vivere quello che io non avevo avuto. Cercavo di ottimizzare il tempo. Poi mi emozionavo perché la più grande eredità che ci ha lasciato mio padre è l’amore della gente. Io vedevo che dopo tanti anni la città, la mia gente, aveva ancora quell’amore per papà e a me emozionava".
Ti capita di girare i posti di Napoli dedicati a tuo padre?
"Io al murales vado di notte. Sempre di notte. Metto la macchina in garage e ci vado piano, con la felpa col cappuccio. Perché me li voglio godere da solo. Su questo sono geloso. Voglio vivere e ricordare mio padre da solo. Poi il casino mi dà fastidio. Perché lui non era questo, non era business, non era tutto il casino che si è montato intorno. Non do colpa a nessuno, perché è giusto che ognuno faccia quello che sente, però io non voglio essere parte di questo".
Quando andavano via tutti, il papà Diego in casa com’era?
"Normale. Normalissimo. In questo era normale. Guardavamo le partite insieme, mangiavamo, bevevamo mate, ci allenavamo spesso, stavamo insieme, andavamo a giocare le partite di calcetto. Una persona normale".
Giocavate insieme o da avversari?
"Sempre insieme".
Chi faceva assist all’altro?
"Boh… però a me la prima idea appena arrivava la palla era darla a lui. Bellissimo. Io sono stato fortunato a poter condividere certe cose con lui".
E quando vai in campo con la 10?
"Non scendo in campo se non ho la 10, è semplice. Almeno dall’8 in poi".
Nel momento in cui metti quella maglia e scendi su quel terreno di gioco?
"Dalle sette di sera in poi sarà una giornata difficilissima per me. Sarò talmente emozionato che non riuscirò a godermela. Poi giocare con il Pocho, con Dries… Dries è il mio idolo. Sarà complicata".
Però riuscirai a sentirti in pace con il ragazzino che ha sognato tutto questo?
"Si chiude un cerchio per me . Finalmente giocare una partita al Maradona… si chiude un cerchio. Non ho giocato con la maglia del Napoli, quella che volevo io, però è come se si compisse un sogno".
Come se quel ragazzino trovasse pace.
"Sì, è una giusta definizione".
E quella maglia dove va a finire?
"A mio nonno..."