Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari, ha rilasciato un'intervista a Sky Calcio Unplugged: "Come nasce la mia vocazione per la panchina? Io mi vedevo direttore sportivo. Nello spogliatoio da calciatore mi chiamavano 'Wikipisa' perché sapevo tutto di tutti, dal giocatore di Serie D a quello di Serie A. Una sera presi un caffè col presidente e gli chiesi in quale veste mi vedesse. Lui mi rispose: 'Fabio, per me devi fare l'allenatore'. Mi ha acceso una lampadina in un momento di cambiamento topico della mia carriera. Vado prima alla ricerca delle persone, perché nei momenti difficili sono le persone che portano punti. Come dico sempre al mio staff, preferisco un soldato al 100% e non un generale al 50%. Borriello? aveva un'aura intorno che gli ha dato Madre Natura, ma la soffriva. Era un professionista esemplare. Io ero il suo 'uccellino' (come Del Piero nella famosa pubblicità, ndr): quando aveva qualche problema o l'umore turbato, cercavo da amico di fargli vedere sempre la cosa giusta. C'è stata un'empatia forte e reciproca. È un ragazzo che merita ciò che ha ottenuto, quello che ha fatto con il Como è una delle pagine più belle del calcio recente. Il pezzo del puzzle più importante è la gestione delle risorse umane. Ho capito che con questa generazione la parola o costruisce un ponte o alza un muro. Devi centellinare le parole e capire gli stati d'animo. Essendo nati in un'era tecnologica, a volte per loro le immagini valgono più delle parole. Telefoni negli spogliatoi? Il telefono ci deve stare. Vietarlo oggi può essere un ostacolo, è contro il mio pensiero di quando giocavo, ma bisogna mettersi al livello dei calciatori. Stanno al campo 5-6 ore, vanno in infermeria, in palestra... che fai, glielo vieti ovunque? È riduttivo pensare che togliere il telefono porti dei vantaggi. Sebastiano Esposito? Un condottiero. Con Yerry ho un rapporto autentico. L'ho sostituito a fine primo tempo a Pisa, a Udine l'ho tolto dopo 10 minuti. Il rispetto e la credibilità te li guadagni attraverso queste azioni, e oggi abbiamo un legame grandissimo. Palestra? Sembra il calciatore che ti costruisci alla PlayStation, con '99' in accelerazione. Ha una falcata disarmante, sembra un leopardo. Non si aspettava di giocare titolare, ma a Napoli davanti a 70.000 persone ha mostrato una personalità fuori dal normale. Deve solo mettere dentro ancora un po' di comprensione del gioco. Futuro? Nella mia scala dei valori la riconoscenza è fondamentale. Per tutto quello che Cagliari mi ha dato e mi ha visto crescere, faccio fatica a vedermi lontano da qui. Non andrei mai allo scontro con questa società, il mio futuro sarà a Cagliari per provare a fare un campionato ancora più importante. Mio padre è l'uomo a cui devo di più. Mi ha fatto mettere dentro resilienza e fame. A 13 anni mi sono trovato paralizzato dalla testa ai piedi in coma per 20 giorni. In quel momento drammatico, lui faceva di tutto e mi diceva che sarei tornato a giocare a calcio, faccio fatica a vedere un futuro senza mio padre. Non ho mai avuto paura di niente in questi ultimi 27 anni, perché dopo la malattia ho dato valore a ogni singolo minuto della mia esistenza, però la cosa che più mi spaventa è svegliarmi domani e sapere di non avercelo più accanto".
di Napoli Magazine
26/05/2026 - 07:45
Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari, ha rilasciato un'intervista a Sky Calcio Unplugged: "Come nasce la mia vocazione per la panchina? Io mi vedevo direttore sportivo. Nello spogliatoio da calciatore mi chiamavano 'Wikipisa' perché sapevo tutto di tutti, dal giocatore di Serie D a quello di Serie A. Una sera presi un caffè col presidente e gli chiesi in quale veste mi vedesse. Lui mi rispose: 'Fabio, per me devi fare l'allenatore'. Mi ha acceso una lampadina in un momento di cambiamento topico della mia carriera. Vado prima alla ricerca delle persone, perché nei momenti difficili sono le persone che portano punti. Come dico sempre al mio staff, preferisco un soldato al 100% e non un generale al 50%. Borriello? aveva un'aura intorno che gli ha dato Madre Natura, ma la soffriva. Era un professionista esemplare. Io ero il suo 'uccellino' (come Del Piero nella famosa pubblicità, ndr): quando aveva qualche problema o l'umore turbato, cercavo da amico di fargli vedere sempre la cosa giusta. C'è stata un'empatia forte e reciproca. È un ragazzo che merita ciò che ha ottenuto, quello che ha fatto con il Como è una delle pagine più belle del calcio recente. Il pezzo del puzzle più importante è la gestione delle risorse umane. Ho capito che con questa generazione la parola o costruisce un ponte o alza un muro. Devi centellinare le parole e capire gli stati d'animo. Essendo nati in un'era tecnologica, a volte per loro le immagini valgono più delle parole. Telefoni negli spogliatoi? Il telefono ci deve stare. Vietarlo oggi può essere un ostacolo, è contro il mio pensiero di quando giocavo, ma bisogna mettersi al livello dei calciatori. Stanno al campo 5-6 ore, vanno in infermeria, in palestra... che fai, glielo vieti ovunque? È riduttivo pensare che togliere il telefono porti dei vantaggi. Sebastiano Esposito? Un condottiero. Con Yerry ho un rapporto autentico. L'ho sostituito a fine primo tempo a Pisa, a Udine l'ho tolto dopo 10 minuti. Il rispetto e la credibilità te li guadagni attraverso queste azioni, e oggi abbiamo un legame grandissimo. Palestra? Sembra il calciatore che ti costruisci alla PlayStation, con '99' in accelerazione. Ha una falcata disarmante, sembra un leopardo. Non si aspettava di giocare titolare, ma a Napoli davanti a 70.000 persone ha mostrato una personalità fuori dal normale. Deve solo mettere dentro ancora un po' di comprensione del gioco. Futuro? Nella mia scala dei valori la riconoscenza è fondamentale. Per tutto quello che Cagliari mi ha dato e mi ha visto crescere, faccio fatica a vedermi lontano da qui. Non andrei mai allo scontro con questa società, il mio futuro sarà a Cagliari per provare a fare un campionato ancora più importante. Mio padre è l'uomo a cui devo di più. Mi ha fatto mettere dentro resilienza e fame. A 13 anni mi sono trovato paralizzato dalla testa ai piedi in coma per 20 giorni. In quel momento drammatico, lui faceva di tutto e mi diceva che sarei tornato a giocare a calcio, faccio fatica a vedere un futuro senza mio padre. Non ho mai avuto paura di niente in questi ultimi 27 anni, perché dopo la malattia ho dato valore a ogni singolo minuto della mia esistenza, però la cosa che più mi spaventa è svegliarmi domani e sapere di non avercelo più accanto".